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Pazzo Mondo

PAZZO MONDO (VIVERE NEL) D’OGGI

Profilo psico-somatico degli umani.

Ha ragione di lodare se stesso chi non trova altra persona che lo lodi.

 

Com’è curiosa la vita! Se non per altro, vale la pena di viverla sia a causa delle scoperte che ci permette di fare, sia a causa del variegato ventaglio di stravaganze umane che ci dà la possibilità di ammirare. Uomini grandi, uomini dotti, uomini tutti, per prima cosa cercano il loro rètore adulatore o il loro poeta parolaio per udire da lui le proprie lodi, in altre parole menzogne belle e buone. Il fatto è che l’adulato, così modesto, fa la ruota del pavone e gonfia la cresta allorché lo spudorato adulatore lo eguaglia alla divinità e lo propone come modello perfetto d’ogni virtù, lui che è una nullità. E’ il caso di sostenere che si riveste una cornacchia con le penne altrui, si cerca di imbianchire l’etiope, si pretende di tirare fuori un orango da una mosca. Forse io mi sto incamminando su un sentiero aspro e selvaggio, o forse ho imboccato la strada della pazzia. Ma sì! Probabilmente è proprio la pazzia che regge il Mondo! Se ciò risponde a verità, bisogna subito rendersi conto chi sono i suoi seguaci, chi i suoi alleati e quanti sono i discepoli.

- Vedete quella persona con quale cipiglio si presenta? E’ affetta da FILAUTIA, l’amor proprio.  – Vedete l’altra come ride e applaude?  E’ radicata il lei la KOLAKIA, l’adulazione. – Quell’altra assonnata e stanca, è pervasa da LETE, l’oblio. – Ammirate quella che si appoggia ai gomiti, è invasa da MISOPONIA, la pigrizia. L’altra ancora è madida di unguenti, è patita per l’EDONE’, il piacere. – Quella con lo sguardo sfuggente è al culmine dell’ANOIA, l’irriflessione. L’ultima ha il corpo ben pasciuto essendo dedita alla TRUFE’, la mollezza. Ecc. Ecc.

     Tra tutti i tipi di soggetti sopra descritti, ci sono due numi che li proteggono, COSMOS, il festino, e NIGRETON IPNON, il letargo. La pazzia dunque, con il concorso di tutte queste servitù, assoggetta al suo potere tutto il creato. Potreste chiedermi: Anche la vita allora, è un dono della pazzia? Ebbene sì, affermativo, anche la vita è dono della pazzia. Il gran sapiente deve rivolgersi alla pazzia se ci tiene a diventare padre. Come mai? Ascoltate! Il capo, il petto, la mano, l’orecchio, pur considerate membra oneste, sono mai esse che generano gli uomini? Certo che no! E chi è allora? Volta pagina! E’ invece quella parte del corpo che non ha un briciolo d’intelligenza e tanto ridicola che al solo nominarla tutti ridono. E’ lei il sacro fonte da cui tutte le creature attingono la vita.

Del resto, se gli uomini devono la vita ai matrimoni, e i matrimoni sono debitori all’ANOIA, l’irriflessione, fedele compagna della pazzia, si può ben capire il debito che tutti hanno con la pazzia. E non basta! Quale donna, che abbia già fatto una volta l’esperienza, vorrebbe ricominciare daccapo, se non l’assistesse LETE, vale a dire l’OBLIO? Dunque, da quel gioco ridicolo che noi umani pratichiamo in preda all’ebbrezza dell’amore, provengono i filosofi, i re, i sacerdoti e i santissimi pontefici. Per finirla, deriva di lì anche tutta la brigata dei poeti e dei santi, brigata a tal punto numerosa, che solo a fatica può essere contenuta nel Paradiso o nell’inferno, per quanto spaziosi essi siano. In punto di fatto viene da domandarsi cosa fa una donna per piacere agli uomini. La donna! Un animale, sciocca e di poco senno, senza dubbio, ma che porta con sè sorriso e dolcezza. Nella convivenza domestica, con le sue pazzie deve attenuare e addolcire quel che c’è di rude nell’indole maschile. Se poi una donna desidera passare per saggia, allora fa di tutto per essere due volte pazza. Secondo i Greci, una scimmia è sempre una scimmia, anche se indossa una veste di porpora, e così una donna è sempre una donna, vale a dire una pazza, in ogni modo lei si mascheri. Tuttavia, le donne dovrebbero essere grate alla pazzia, visto che sotto molti aspetti, sono più fortunate degli uomini. I quali, sempre fuori di senno, permettono tutto ad una donna.  E qual è la ricompensa? Il diletto che essa procura deriva esclusivamente dalla pazzia. Ecco dunque chiarito il primo ed essenziale godimento della vita e la fonte da cui la vita stessa dipende. A tale riguardo si potrebbe ancora domandare se la vita umana non sia un trastullo con cui si diverte la pazzia. Sì, la risposta è sì! Siamo alla vigilia delle elezioni europee (giugno 2004) e vi sono migliaia e migliaia di soggetti che si contendono un posto a Bruxelles. Non vi è pazzo più grande del candidato alle elezioni.

Egli si presenta umilmente a adulare il popolo, ne compra il favore con donativi e promesse, va a caccia degli applausi di una massa di pazzi. E’ tutto contento, quando lo acclamano, si lascia portare in trionfo perché il popolo lo ammiri come si fa con le immagini dei santi, e non disdegna neppure una statua di bronzo. Queste sono pazzie belle e buone, e non basterebbe un solo Democrito a farne le dovute beffe. In definitiva, la vita degli uomini non è altro che un gioco della pazzia. Eppure è la pazzia che rende la vita sopportabile. La vita! Prendete appunti! La vita soggiace ad infiniti malanni! Misero e spoglio è il nascere, laborioso l’allevamento, esposta ad ogni rischio la fanciullezza, costretta a tanti sudori la gioventù, molestissima la vecchiaia, crudelissima la morte. Stando così le cose, vai appresso curioso lettore!

Stando così le cose, voi scorgete chiaramente le conseguenze che ne derivano se gli uomini diventeranno tutti sapienti. Occorrerebbe un’altra argilla ed un novello Prometeo che la plasmasse. Viceversa, la pazzia istilla negli uomini l’ignoranza e li distoglie dal riflettere. Sicché essi trovano il loro gradimento nel vivere anche quando lo stame che filano le Parche è al suo termine e la vita sta ormai per abbandonarli. E’ certamente opera della pazzia se possiamo dappertutto contemplare dei vecchi che non hanno più figura d’uomini, balbettano, sono pieni di manie, sdentati, con i capelli bianchi o pelati completamente, o per dirla con Aristofane: Sono sudici, curvi, infelici, rugosi, senza peli, senza denti e senza virilità. Ciononostante hanno cara la vita e fanno i giovincelli. Tanto è vero che pur essendo decrepiti e con un piede nella fossa, può succedere che si sposino qualche donzella [pur senza dote] e che servirà poi da spasso ad altri, e il caso è tanto frequente che quasi quasi torna a lode di chi lo compie. Ma c’è uno spettacolo ancora più bello, quello delle vecchie disfatte dagli anni, cadaveri viventi che paiono tornare dall’Inferno, quando non fanno che ripetere: La vita è bella!  A quell’età, e con le labbra rosso-cardinale, il nero intorno agli occhi, vanno in calore come le capre, adescano a gran prezzo qualche bel Fauno, si depilano, mettono in mostra un seno smunto e flaccido, iiil resssto lllo ssssapete! Certo tutti ci ridono sopra e le giudicano pazze belle e buone. Sembrano ridicolaggini, è vero, ma chi se ne fa beffe, deve porsi questa domanda: E’ meglio condurre una vita tutta di miele tra pazzie del genere, oppure andare in cerca di una trave per impiccarsi?  Del resto, vergogna, disonore, ingiuria, maledizione, reca danno solo in quanto ce n’accorgiamo. Se manca la sensazione, non sono neppure mali. D’altronde, che offesa c’è, se tu ti applaudi da solo? La pazzia è l’unica che rende possibile un tal effetto.

Tra le scienze, la pazzia tollera solo quelle che sono simili a sé. Solo qualche esempio. Nel campo della medicina, più uno è sfacciato, ignorante e scimunito, tanto più grande è il suo merito agli occhi dei folli viventi d’oggigiorno. In fin dei conti la medicina, specie com’è esercitata oggi dai più, è un ramo dell’arte adulatoria in tutto uguale alla retorica.

Disillusi, disgustati,disperati fino a questo punto, chiediamoci perbacco, se ci sia qualche saggio in questo Mondo! Non è una vexata quaestio. Il fatto è certo se assicuro che i Greci in tanti secoli, ne contarono7 in tutto. Ed oggi, men che mai. Qualche volta interviene Bacco, l’unico capace per davvero a sgombrare per un breve tempo gli affanni dell’animo. Disgraziatamente l’effetto dura poco in quanto, smaltita la sbornia, le preoccupazioni ci ricadono sopra di gran carriera. Ad ogni modo è sempre la pazzia che reca il maggior vantaggio. Essa riempie continuamente la mente degli umani di ebbrezza, di gioia, e tutto ciò senza alcuno sforzo, senza nessuna parzialità, tutti compresi.

Figuratevi che spettacolo piacevole pertanto, si offre agli occhi dei santi numi seduti sulle cime della volta celeste per ammirarci. Che teatro magnifico questo Mondo! Che varietà di pensamenti! Che bolgia di pazzi! Come se la ridono, ma che vedono? Uno ha sposato la dote non la moglie. Il secondo prostituisce la sua donna e il terzo per gelosia tiene gli occhi aperti come Argo. Il quarto regala al suo stomaco tutto quanto riesce ad afferrare. Il quinto vive in povertà per arricchire gli eredi.

Il sesto si affretta a scialacquare le sue sostanze. Altri mettono mano a processi che non finiscono mai. Più il tempo passa, più lo spettacolo diventa interessante per gli dèi di lassù.

Fin qui ho enumerato le forme di balordaggine e di dissennatezza presenti nel comune volgo.

Mi farei ridere dietro se non raccontassi di quegli uomini che possiedono una veste esteriore di saggezza, i grammatici o professori. Sempre morti di fame, vivono nello squallore delle loro scuole. Cosa ho detto? Scuole?

No, sono pensatoi, o meglio ergastoli, luoghi di tortura.  In essa i grammatici, tra greggi di ragazzi, invecchiano nelle fatiche, insordiscono a forza di urlare, inacidiscono tra il puzzo e il sudiciume. Eppure sono persuasi di essere i primi fra gli uomini. Godono immensamente a spaventare e minacciare la turba di ragazzi tremebondi, ad inferocire in ogni maniera seguendo l’esempio dell’asino di Cuma. Ad ogni modo, tutto quello squallore ai loro occhi, sembra raffinata eleganza. La sporcizia, è per il loro naso, odor di maggiorana. Con quella sciagurata fatica da schiavi, sembra loro di regnare. La loro felicità più grande è che hanno davvero una fiducia rara nella propria erudizione. Da una parte, imbottiscono il cranio dei ragazzi con fanfaluche belle e buone, dall’altra si giudicano superiori a qualsiasi Omero, Dante o Pindemonte. Non sono riuscito a capire con quali menzogne ottengono mirabilmente di sembrare tali quali essi si stimano, a madri senza cervello e a padri senza giudizio. Preferite voi questa condotta, chiamarla pazzia o scempiaggine? Per me fa lo stesso, basta che riconosciate il beneficio della pazzia.

Non racconto bugie! Anche i filosofi proclamano d’essere solo loro i depositari della saggezza, posseduti come sono dal delirio d’onniscienza. Ma la natura si fa ampie beffe di loro e delle loro elucubrazioni. In effetti, essi non conoscono niente di certo. N’è prova più che sufficiente il fatto che tra i filosofi, su ogni questione nascano polemiche interminabili. Essi non sanno un bel niente, eppure affermano di sapere tutto. Grandioso stratagemma della pazzia.

Circa i teologi sarebbe più conveniente non parlarne a scanso di rimuovere una palude fangosa. Questi uomini sembrano straordinariamente burberi e irritabili, e io temo che mi scaglino contro le schiere delle loro conclusioni e mi costringono a recitare il mea culpa, o che in mancanza d’altro, mi proclamano infetto di eresia.

Questa è la folgore di cui si avvalgono abitualmente per ispirare terrore a chi gli è antipatico. Certo è però, che anch’essi hanno titolo d’obbligo verso la pazzia. L’amor proprio li rende felici al punto che gli pare d’abitare al settimo cielo. Essi dall’alto guardano in basso tutti gli altri mortali, come fossero animali che strisciano sul terreno, e quasi quasi li compatiscono. Tutt’intorno hanno essi una siepe di definizioni magistrali, di conclusioni, di corollari, di proposizioni implicite ed esplicite. Infinito è il brulichio dei termini che inventano per l’occasione e degli strani vocaboli che usano. Si dilettano a spiegare a loro piacimento gli arcani misteri della religione, ossia il modo della creazione e l’ordinamento dell’universo, i canali attraverso cui la macchia del peccato originale si è sparsa sui discendenti, la maniera, la misura, e l’attimo in cui Cristo s’è formato nel seno della Vergine, e la ragione che nell’eucaristia gli accidenti sussistono senza la sostanza corporea. Le altre questioni più profonde sono trattate da teologi illuminati. Eccole qui!

Vi è un istante preciso nella generazione divina? Nel Credo, come va spiegato generato non creato?  Se non altro, stando alla logica e alla grammatica. Dopo la risurrezione sarà permesso mangiare e bere? Dispongono poi d’un sacco di sottigliezze, anche più sottili delle precedenti sulle nozioni,relazioni, formalità, quiddità, ecceità, tutte cose, che nessuno riesce ad afferrare con lo sguardo, a meno di scorgere perfino nelle tenebre più fitte, ciò che non esiste per niente. San Paolo poté ben far mostra della sua fede, ma quando affermò:

Est fides substantia sperandarum rerum, argumentum non apparentium [Ebr 11, 1], tracciò una definizione poco comprensibile. Egli dice: “La fede è realtà di cose sperate, è dimostrazione di cose invisibili”. Ciò che è reale non si spera perché si possiede già. Ciò che è dimostrabile non è invisibile. Andiamo avanti con le altre domande. Cos’è la transustanziazione? In quale istante opera, visto che la formula con cui si compie è una somma di parole che si dividono nel corso della pronuncia? Circa il battesimo, nell’insegnamento degli apostoli non esiste alcun accenno del suo carattere indelebile. Tralasciamo le questioni sulla grazia [se è sostanza o accidente, se è creata o incerata] e diciamo che i teologi fanno un gran parlare del peccato. Lo aborrono certo, ciononostante, non è che siano stati capaci di darne una definizione scientifica. Per quanto riguarda l’ispirazione, i teologi sostengono che è tale perché si fonda sul fatto che nei libri sacri si racconta la verità com’era conosciuta in quel tempo. Il N.T. poi si fonda anche sull’autorità degli apostoli. Qualcuno si domanda se anche Cesare era ispirato, quando nel De Bello Gallico raccontava la verità di come stavano le cose allora. In conclusione, chi asserisce la verità è ispirato o no? Lo sono tutti o nessuno? O solo alcuni? I teologi sono felicissimi, quando possono descrivere alla perfezione l’Inferno in ogni dettaglio, come se in quello stato ci avessero soggiornato parecchi lustri.

I teologi hanno la massima stima di se stessi soprattutto, quando si servono di un linguaggio il più barbaro e guasto possibile. Il loro balbettio in questo caso è tale che riesce incomprensibile a tutti, anche ai balbuzienti, e l’acume per loro significa di non essere capiti dai comuni mortali. Affermano che non si conviene alla dignità dei sacri testi essere costretti ad obbedire alle leggi della grammatica. Straordinaria sul serio sarebbe la maestà dei teologi se fosse loro permesso di esprimersi correttamente. Il fatto è che questa facoltà di non farsi capire essi l’hanno in comune con una folla di ciabattini. Passiamo adesso all’arte di predicare.

Non so se è una prerogativa che torni ad onore oppure a disonore di preti e monaci. Indagare in tal senso è di là dei miei interessi. Cercherò di dare un’idea per via di congettura da quel poco che ho ascoltato. Per parlare di carità vanno a pescare l’esordio alle sorgenti del Nilo. Se devono spiegare il mistero della Croce, prendono le mosse dal Drago Babilonese. Volendo dissertare sul digiuno, pigliano l’avvio dalle 12 costellazioni dello Zodiaco.

Per parlare di fede si diffondono a lungo sulla quadratura del cerchio. Ho sentito un predicatore spiegare dinanzi a un folto pubblico il mistero della Trinità. Cominciò dalle lettere dell’alfabeto, dalle sillabe e dal linguaggio. Passò poi alla concordanza del sostantivo con il verbo ed infine alla concordanza dell’aggettivo con il nome. Alla fine condusse in porto la questione e dimostrò che nei primi elementi della grammatica si trovava espressa l’immagine della Trinità. Un altro famoso predicatore, dovendo spiegare il mistero del nome di Gesù, con mirabile sottigliezza dimostrò che ogni concetto sull’essere di Gesù si trovava racchiuso nelle stesse lettere che lo compongono. Il nome IESUS per il fatto che la sua declinazione conosce solo tre uscite è simbolo manifesto della divina Trinità. Inoltre, poiché il primo caso finisce in “S” [Jesus], il secondo in “M” [Jesum], il terzo in “U” [Jesu], il nome cela un mistero ineffabile, vale a dire, quelle tre lettere indicano che Gesù rappresenta il termine SOMMO, il termine MEDIO e il termine ULTIMO della Trinità.

Predicatori. Non so da chi hanno appreso che all’inizio del discorso il tono deve essere calmo, senza schiamazzo alcuno, sicché da principio esordiscono a voce così bassa che neppure esso la odono, come se valesse la pena di parlare senza che nessuno capisca. Avranno sentito affermare che talora conviene ricorrere alle esclamazioni per commuovere gli animi e perciò mentre stanno parlando con calma, ecco d’un tratto alzano la voce ed urlano come pazzi, anche se non fa bisogno. Qualche maestro d’oratoria avrà insegnato che il discorso deve riscaldarsi gradatamente quindi le prime parti iniziano a pronunciarle così come capita, poi bruscamente imprimono una straordinaria veemenza alla voce, anche se si tratta di un argomento assai banale, e sul finire parlano in modo che paiono sul punto di svenire.

La pazzia non finisce mai di sbalordire! I sacerdoti chiamano se stessi “secolari”, quasi fossero stati consacrati al Mondo, non a Cristo. Catone insegnava: Fingere pazzia a tempo dovuto è somma sapienza. Per Cicerone poi: Il Mondo è pieno di stolti! Torniamo a San Paolo. In Atene vide per casi l’iscrizione su un’ara e volendo volgerla a dimostrazione della fede cristiana, omise quanto poteva ostacolare la sua causa e ne trasse solo le due parole estreme che erano: Al dio ignoto! Modificò tuttavia un poco anche queste, se è vero l’iscrizione intera diceva: Agi dei dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa, agli dei ignoti e stranieri. Seguendo il suo esempio, secondo me, i nostri teologi rampolli, staccano di qua e di là 4 o 5 paroline, le arrangiano se ce n’è bisogno, e le accomodano a loro uso e consumo anche se ciò che precede o che segue, non si riferisce per niente all’argomento, o addirittura faccia a pugni con lui. Il loro imprudente agire è coronato da tanto successo che gli avvocati si rodono d’invidia per i teologi. Oramai posso smetterla di passare in rassegne tutte queste balordaggini che sono in numero infinito, avendo dimostrato a sufficienza che la pazzia è la governatrice del Mondo. Resta, in ogni caso, da chiarire che solo la pazzia riceve il perdono di Dio; perdono che sarebbe giusto concedere anche a me, teologo del cavolo, come dite voi, se mi lascio scappare qualche citazione inesatta. Paolo afferma parlando di sé: Sopportate con pazienza gli uomini senza giudizio (2 Cor 2,19). – Non parlo secondo Dio, ma quasi da dissennato.

Accoglietemi pertanto come si fa con un uomo privo di senno (2 Cor 16,17). – Ancora: Noi siamo pazzi per amore di Cristo (1 Cor 4,10). Avete udito che bei fiori d’elogi per la pazzia e a quale famoso autore appartengono? Il medesimo Paolo raccomanda la dissennatezza come cosa necessaria ed indispensabile alla salvezza! Chi fra voi appare saggio, pazzo divenga per essere saggio! (1 Cor 3,18). In san Luca 24,25: Stolti e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!  Gesù si rivolge ai due discepoli con cui s’incontrò. Stessa dichiarazione, quando Cristo ringrazia Dio, d’aver celato ai sapienti il mistero della salvezza, e d’averlo rivelato ai pargoli che in ultima analisi, non hanno senno. Ti benedico Signore, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli (Mt 11,25). In greco la parola “sofoi” significa “saggi”, e si oppone a “nipioi” che traduce “pargoli” e significa “privi di senno”. Per lo stesso motivo Iddio, grande architetto dell’Universo, proibì assolutamente di gustare il frutto dell’albero della scienza, quasi ad indicare che la scienza sarebbe stato un veleno corruttore per lo stato di beatitudine. San Paolo la riprova apertamente in quanto essa nuoce agli uomini con l’orgoglio che istilla. San Bernardo prese spunto da Paolo e chiamò Monte della Scienza, la montagna su cui Lucifero aveva riposto la sua dimora. Urge adesso porre in tavola un’altra considerazione di peso ancora maggiore.

Cristo sulla Croce, pregando per i suoi nemici, esclamò: Padre perdonali! La sola scusa che allegò fu l’incoscienza: Poiché non sanno quel che fanno! (Lc 23,24). Però io non ho voglia si seguitare un argomento che non ha fine e per farla in breve, penso che la religione cristiana sia in certo modo imparentata con la pazzia e non può conciliarsi con la saggezza per niente.

Lo so, state fremendo dalla rabbia e forse state per diventar matti dalla curiosità di sapere se perfino il celeste gaudio è una forma di pazzia. Vi rispondo. Tanto per cominciare considerate che ai suoi tempi Platone già intravide nelle sue fantasticherie una simile condizione. Egli scrisse in Fedro 245 B, che l’esaltazione amorosa produceva il massimo della felicità. Difatti, chi ama con passione non vive più in sé, ma nell’oggetto che ama, e quanto più esce fuori di sé e si trasforma in lui, tanto maggiore è la sua felicità. In altre parole, più assoluto è l’amore, più grande è la felicità che ne deriva. Come sarà mai la vita del cielo alla quale gli animi pii anelano con tanto struggimento? Ecco: lo spirito assorbirà il corpo, poiché è superiore e più forte di lui. E’ un risultato che si otterrà con tanto maggiore facilità quanto più nella vita terrena lo spirito avrà reso il corpo puro e leggero in vista di tale trasfigurazione. Dopodichè l’anima sarà assorbita dalla Mente Sovrana infinitamente più possente di lei. In tal modo l’uomo uscirà interamente fuori di se stesso e il motivo della sua felicità futura sarà che egli, estraniato da sé, accoglierà l’ineffabile mistero di quel supremo bene che tutto a sé rapisce.

Lo spirituale si eleva sul materiale, e con questa felicità s’identifica quella parte di pazzia che non è stata annullata, bensì perfezionata dal passaggio all’altra vita.

Quelli cui è toccato il privilegio di gustare con i sensi un tale gaudio, cadono in uno stato che è simile alla pazzia in quanto sono completamente estraniati da sé. Tornati in sé sono convinti che abbiano toccato il culmine della felicità per tutto il tempo che durò la loro pazzia. Perciò piangono d’essere rinsaviti e non vorrebbero altro che essere pazzi a codesto modo per l’eternità. Vi ho descritto un piccolo assaggio della futura beatitudine.

Anch’io sono dimentico di me e pare che sia uscito fuori del seminato. Se credete che qualche mia affermazione, sia frutto d’eccessiva sfrontatezza e loquacità, considerate che ho parlato da pazzo. Vi ricordo il proverbio: Spesso anche un matto parla da savio.

Vedo che aspettate la chiusa.

Siete matti per davvero se pensate che io ricordi ancora quanto ho detto. Il mio è stato un fiume di parole senz’ordine alcuno.

Odio l’uditore di memoria lunga.

Dunque addio! Battete le mani.  Statevi bene, illustrissimi proseliti della pazzia.

Ho finito.

  Antonino Cappiello - Sorrento, sabato 6 ottobre 2007                                                                          

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