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COME VORREI IL MIO STATO
Parte I. Matrimonio e Procreazione.

Dobbiamo distinguere con chiarezza fra lo Stato che è il recipiente e il popolo che è il contenuto. Questo recipiente ha valore solo se sa contenere e custodire il contenuto, altrimenti non ha senso. Ciò premesso preciasiamo il valore dello Stato. Diciamo subito che la buona riuscita dello Stato non deve essere giudicata solo dal livello della sua cultura e dalla potenza raggiunta in confronto al resto del Mondo, ma dal grado di bontà delle sue istituzioni verso la Nazione. Uno Stato può essere ritenuto perfetto se corrisponde alla condizione di vita della Nazione che deve rappresentare, e se con la sua esistenza conserva in vita quella Nazione, qualunque sia la condizione culturale dello Stato riguardo al resto del Mondo. Lo Stato in ogni modo, non ha mansioni di creare capacità, bensì di facilitare la via all’efficienza esistente. Uno Stato, anche se d’elevato grado di civiltà, si può dichiarare cattivo se ritiene finito il compito di portatore di detta qualità nel suo ordinamento. In realtà, le premesse per un’esigenza futura di civiltà le pongono solo i cittadini di una Nazione creatrice di cultura assicurata dall’esistente ordine statale. La momentanea elevatezza della civiltà di un popolo non spiega la bontà di uno stato in cui questo popolo vive. E’ chiaro che un popolo che ha raggiunto un alto grado culturale ha maggior pregio di una tribù isolata, però l’organizzazione statale del primo, circa l’attuazione dei fini, può essere meno valida di quella della tribù isolata. Lo Stato migliore è quello che è capace di trarre da un popolo le qualità che non ha e che mai ebbe. Al contrario, lo Stato cattivo può distruggere qualità che in principio esistevano, permettendo o agevolando l’annientamento dei produttori della vera civiltà. Il giudizio sulla validità di uno Stato può essere stabilito in primo luogo dal vantaggio relativo che ha per il suo popolo, e non dalle qualità che gli sono attribuite nel Mondo.
Questo giudizio relativo può essere formulato subito e bene, mentre il giudizio sul vantaggio assoluto difficilmente si può dare, poiché è limitato non solo dallo Stato ma anche dalla validità e dal livello morale della nazione. Quando si parla di supremo compito per lo Stato, non bisogna dimenticare che il supremo compito si trova esclusivamente nella Nazione, alla quale lo Stato deve soltanto facilitare una libera evoluzione con la coesione della propria esistenza. Nel caso che stiamo pensando come deve essere l’aspetto dello Stato adatto a noi Italiani, dobbiamo prima capire bene quali uomini lo Stato deve avere, e a quale méta dovrà tendere. Sfortunatamente la nostra Nazione non è più basata su un nucleo umano organico. Le frontiere aperte, se non sfondate, della nostra Patria, in aggiunta al fatto di basarsi sull’aiuto di stranieri che ci coinvolgono nell’Enduring Freedom, il frequente ingresso di clandestini nel nostro Paese, ecc., non permettono che si attui una totale fusione. In tal modo non si può creare una nuova discendenza e la conseguenza è che, nei momenti sfavorevoli, il popolo italiano si sparpaglia in tutti i versi. Gli elementi genetici si dispongono a strati senza amalgamarsi; ci troviamo vicini e si trovano vicini tra loro, africani e indiani, sudamericani e cinesi, russi, ebrei e arabi. Cellule separate a se stanti e nulla più. La Storia Mondiale potrebbe avere un altro sviluppo se non fosse attuata secondo i canoni di chi crede di ottenere la pace dal punto di vista della guerra preventiva, coadiuvato dai suoi sottomessi costretti a pronunciare discorsi pacifisti nell’illusione che Egli s’impadronisca del Mondo per imporvi la sua civiltà. Tutti hanno dimenticato l’avvertimento del Maestro: “Quando un cieco guida un altro cieco, finiranno entrambi in un fosso” (Mt 15,14). Prima che ciò accade vorrei vedere il mio Stato innalzare il Matrimonio dal degrado di un continuo scandalo e dargli la legittimità di un ordinamento chiamato a generare creature fatte ad immagine e somiglianza di Dio. Nel presente periodo storico non è permesso di contestare, nel senso che è concesso ad ogni depravato la possibilità di moltiplicarsi, e nello stesso tempo si vendono miscugli mefitici per impedire le nascite a genitori sani.
Purtroppo nel presente Stato è un crimine ostacolare la procreazione dei sifilitici, dei tubercolosi, di quelli che soffrono di malattie ereditarie, dei deformi, dei cretini, mentre l’interruzione reale della gravidanza a procreare milioni d’esseri sani, non è ritenuto un fatto riprovevole e non offende i buoni costumi di questa falsa società. Un tale modo di agire è spregevole e senza ideali. Non ci si può impegnare ad educare i migliori per le generazioni seguenti e si lascia che le cose seguono il loro errato corso. Anche le nostre confessioni religiose peccano contro Dio, senza offesa, quando si riuniscono insieme per pregarlo in coro, e ciò corrisponde al loro odierno modo di comportarsi: si occupano sempre dello spirito e permettono che l’uomo, portatore di spirito, si trasformi in un proletario abietto. Poi ci mostriamo meravigliati della poca autorità che ha oggi la fede cristiana nel nostro Paese e cerchiamo un equilibrio nel convertire Ottentotti e Zulù. Mentre gli uomini europei si ammalano spiritualmente, il religioso missionario si reca nell’Africa centrale e crea missioni per i negri; così la nostra civiltà superiore farà anche lì un buco nell’acqua. Sarebbe più umano e naturale se le nostre chiese cristiane, piuttosto che infastidire i negri con missioni da loro non volute e non capite, insegnassero con bontà e con coscienza ai nostri uomini europei che quando i genitori hanno qualche tara, è azione più grata e Dio l’aver compassione di un piccolo orfano e dargli dei genitori, piuttosto che generare un bambino malato, portatore di dolori e di sciagure per sé e per gli altri.
Lo Stato nazionale ormai deve riacquistare ciò che al presente è tralasciato da tutte le parti. Deve preoccuparsi di mantenere incontaminata la sua stirpe. Ha il dovere di affermare che il bambino è il bene più prezioso di un popolo. Deve permettere che soltanto chi non è malato procrei figli, deve sostenere che è contro la morale generare bambini, quando si è malati o difettosi, e privarsi di ciò origina il più alto pregio. Contemporaneamente dev’essere giudicato biasimevole portar via dalla nazione bambini sani. Lo Stato che penso io, deve apparire come il precursore di un futuro glorioso, di fronte al quale la volontà e l’egoismo del singolo non hanno nessun valore e devono sottomettersi.
Il mio Stato ideale, per attuare ciò, deve servirsi delle più moderne scoperte mediche. Deve affermare che è incapace di procreare chi soffre di una malattia evidente o chi porta tare ereditarie, e che quegli stessi mali può tramandare ai suoi discendenti e causare all’infinito questa incapacità. Ha il dovere anche di disporre che la fecondità della donna sana non sia ridotta dall’indolente economia e dalla finanza di un’organizzazione statale che trasforma quella fortuna che è il bambino, in una sfortuna per i genitori. Deve annullare quella delittuosa insensibilità con cui si occupa oggi dei figli, deve diventare il massimo difensore di quest’immensa fortuna di un popolo. Deve, in pratica, avere più cura del bambino, che dell’adulto. Chi è malato di corpo e di spirito, non è giusto che riproduca i suoi patimenti nel corpo di un bambino. Su questo punto lo Stato nazionale deve esercitare una grand’opera d’educazione, più imponente della più sublime vittoria dei nostri tempi. Lo Stato deve chiarire agli uomini della sua Nazione che l’essere malati e fragili non è scandaloso, è solo una sfortuna degna di pietà, ma che è crimine e vergogna perdere l’onore e mostrare egoismo perpetuando il male e i difetti in creature senza colpe. E’ dimostrazione di finezza d’animo, di mentalità evoluta, di generosità degna di stima, il fatto che chi non è sano, sacrificandosi a non avere figli propri, si dedichi con amore e con benevolenza ad un piccolo sfortunato sano e che promette di diventare in futuro un vigoroso appartenente ad una forte comunità. Lo Stato deve riconoscere in questa opera educativa il completamento spirituale della sua azione pratica. Deve agire così, senza preoccuparsi della comprensione o dell’incomprensione, delle opinioni favorevoli o contrarie. Basterebbe solo fino al 2500 non permettere di procreare ai malati di corpo e di spirito per salvare l’Umanità da un’immane sfortuna e portarla ad una condizione di sanità oggi incredibile. Quando sarà tradotta in realtà, ordinata e agevolata, la facoltà di generare alla parte più sana della Nazione, si otterrà una discendenza libera dalle cause del presente abbrutimento fisico e spirituale.
Ton Cap - 11/10/2007
COME VORREI IL MIO STATO: Parte II. Gioventù e Scuola.
A proposito di una famosa 3 giorni di fine novembre 2003. Obiettivamente parlando, la Storia è il racconto sic et simpliciter degli avvenimenti del passato, bello o brutti che erano. Tali fatti non possono essere cambiati o giudicati con il senno di poi, bisogna solo prenderne atto.
Se poi, un soggetto ne rimanga entusiasta oppure turbato, è una questione personale. Voglio anche concedere che l’interpretazione possa essere considerata dal punto di vista manzoniano o sotto l’aspetto di un castigo divino. Ma che noi oggi, ci sentiamo colpevoli per ciò che non abbiamo operato fino al punto da abiurarlo, maledirlo e chiedere perdono, francamente è un gesto che non so definire. D’altro canto c’è da riferire che la Storia non si ripete e Franco, Napoleone o Torquemada non torneranno più e nemmeno le loro avventure si ripeteranno. Pertanto, condannare la Schoà come atto riprovevole è una questione chiaramente condivisibile, ma che un singolo italiano la condanni come se avesse operato lui, e promette che non si ripeterà più, è solo una dimostrazione che non si è capita la Storia. Questa confessione poi fatta davanti ai discendenti di chi la patirono, è un gesto eccessivo e inutile d’umiliazione per il fatto che è compiuto perché preteso da personalità che hanno interesse ad umiliare per salvaguardare i propri interessi. Chiuso l’argomento.
Ritorniamo al nostro tema: gioventù e scuola. Il numeroso esercito dei nostri meravigliosi giovani cresce in una grande èra e dovrà combattere contro i mali operati dall’ignavia e dall’insensibilità dei suoi padri. I giovani italiani dovranno essere in avvenire, creatori di un nuovo Stato nazionale o saranno gli ultimi ad assistere alla definitiva caduta della società borghese.
Quando una generazione è dilaniata da sbagli antichi che dichiara propri, e si limita ad affermare che non è possibile rimediare, è indice che una tale società è destinata ad estinguersi. La nostra attuale società deve riconoscere che molte cose furono mal fatte, però al momento non riesce a decidersi di lottare contro il male, non riesce ad unire con ferma volontà la forza di un popolo di 59 milioni d’individui e ad allontanare il rischio. La borghesia odierna ha perso ormai ogni pregio per qualunque missione dell’umanità perché le mancano le qualità specifiche all’uopo.
Se accettiamo che primo compito dello Stato è il mantenimento, la cura e l’evoluzione delle migliori caratteristiche dei nostri giovani, è evidente che i provvedimenti statali devono estendersi dalla nascita del piccolo, fino alla sua completa formazione, per farne un elemento di continua crescita del popolo. Giacché le facoltà spirituali albergano in un corpo materiale e attraverso di esso si mostrano, è evidente che nell’uomo si deve curare e rendere migliore la salute del corpo. Ciò non nega che talvolta i grandi gèni furono malati, o infermi. Sono eccezioni che confermano la regola. Ma quando la moltitudine di un popolo giovane è formata da degenerati, drogati, malati, handicappati, è insolito che da una tale situazione si elevi una grande intelligenza. E se anche ciò avvenisse, le sue opere non avrebbero buon esito. Il popolo non sarebbe in grado di seguire una tale aquila. Se il mio Stato ideale capisse ciò, non si limiterebbe ad imprimere nella mente semplici nozioni, ma si impegnerebbe prima di tutto a far crescere corpi sani e belli. Soltanto in un secondo tempo farebbe seguire lo sviluppo delle facoltà intellettuali. In quest’ambito deve avere la precedenza lo sviluppo del carattere, della forza di volontà, della decisione, insomma tutta l’educazione deve insistere sulla felicità che può dare la responsabilità. Ciò premesso, si passa all’insegnamento scientifico. Perciò, il Stato nazionale deve cominciare dalla condizione preliminare che un individuo colto in campo scientifico, sano di corpo, di carattere buono e forte, serenamente deciso e di volontà ferma, ha maggiore valore per una comunità nazionale, che uno fragile, intelligente e ricercato.
Una popolazione d’uomini colti che in più saranno pigri pacifisti, tralignati nel corpo e senza volontà, non solo non otterrà il paradiso, ma non si garantirà neanche la vita su questa terra. Accade di frequente che nelle grosse sciagure è costretto a cedere chi sa meno, perisce chi dalle sue cognizioni estrae fragili risultati e li attua in modo pietoso, vedi pericoli domestici, crolli edilizi, ignoranza sessuale, ma non dimenticare don Milani.
Un corpo marcio non sarà mai reso più bello da un’intelligenza discreta, anzi il più elevato sviluppo fisico non sarebbe giustificato se al tempo stesso, quelli che lo portano fossero difettosi, storpi, senza volontà, esitanti e vili. Quello che rende eterno l’ideale greco di bellezza è la splendida armonia tra una radiosa bellezza fisica, uno spirito ammirevole e un’anima pregiatissima. Lo spirito sano vivrà di norma in un corpo sano. Lo Stato dovrà svolgere la sua opera educativa in modo che i giovani siano curati regolarmente fin da piccoli, e siano rafforzati e induriti per la vita futura. Questa opera di preparazione e d’educazione deve cominciare dalla giovane madre. Nel mio Stato nazionale la scuola deve lasciare più tempo libero per l’educazione fisica. Non è necessario colmare i cervelli dei giovani con una quantità di nozioni di cui ricordano solo la minima parte e per di più non il necessario bensì le cose di poco valore. Anche l’abbigliamento dei giovani deve conformarsi a questo scopo. E’ compassionevole vedere come i nostri giovani siano soggetti ad una moda folle che rovescia il vecchio proverbio se l’abito fa il monaco. L’abito nei giovani deve essere inquadrato nello scopo della sua educazione pur concedendo un briciolo d’ambizione e di vanità. Non la vanità d’abiti che non tutti possono permettersi, ma la vanità di un fisico bello e ben fatto che ognuno può cercare di formarsi. Il ragazzo e poi il giovane, non deve solo imparare ad obbedire, ma deve anche conquistarsi le condizioni preliminari per comandare in avvenire.
Sorrento, 11/10/2007 Antonino Cappiello
COME VORREI IL MIO STATO: Parte III. Carattere e Volontà.
Il mio Stato nazionale deve agevolare la formazione del carattere. E’ chiaro che le peculiari qualità dell’individuo sono innate, perché ricevute con l’eredità genetica, ma è anche chiaro che l’individuo, posto nell’ambiente adatto, difficilmente fallirà. Chi per esempio, avesse una certa tendenza al crimine, può trasformarsi con un’adeguata educazione, in un utile membro della comunità. Al contrario, l’educazione inadatta può trasformare in pessimi elementi, persone tendenzialmente buone. In ogni modo, ci si deve convincere che da maturi non si può fare quello che non si è appreso da giovani. Un bambino che denuncia i suoi compagni compie un tradimento e mostra un temperamento poco ortodosso. Riportato in scala maggiore corrisponde al tradimento del suo simile e dello Stato. Per un maestro può essere vantaggioso usare questi difetti per aumentare la sua autorità, ma così facendo inculca nei giovani il principio di una mentalità che in futuro produrrà effetti rovinosi. Sovente una piccola spia diventa un gran mascalzone. Vedi fughe di notizie da uffici importanti, seri e vigilati. Nei nostri tempi è inesistente nella scuola l’evoluzione conscia di belle e nobili qualità di carattere. A tal evoluzione, nel mio Stato si dovrà dare presto un gran valore. Fedeltà, dedizione, silenzio, sono i pregi di cui una grande Nazione ha bisogno. Inculcarli e migliorarli nella scuola è più necessario di molte altre cose che al momento riempiono i nostri programmi di studio. Ci si deve anche occupare di insegnare a rinunciare a noiosi lamenti, a pianti di dolore, a suicidi per un’interrogazione andata male, ecc. Se l’educazione tralascia d’insegnare al bambino a subire con dignità dolori e ingiustizie, non deve meravigliarsi in seguito, quando il bambino diventato grande, renderà pan per focaccia,e meno ancora deve….
E meno ancora deve meravigliarsi, quando prenderà sottogamba l’insegnamento del Divino Docente ritenendolo fuori della sua orbita comportamentale. Di massimo valore sarà nel mio Stato, l’educazione delle capacità di volere, di determinazione e la gioia della responsabilità. Una volta era in vigore il detto che un ordine è meglio di nessun ordine, e per la gioventù deve avere grande importanza questa massima: è sempre meglio una risposta che nessuna risposta. La preoccupazione dei grandi nel non rispondere per il timore di non dire la verità, deve essere più mortificante di una risposta sbagliata. Partendo da queste considerazioni di base si devono educare i giovani al coraggio dell’azione. Il fatto è che siamo privi di volontà e ciò frena qualunque determinazione collegata con un pericolo. Uno stratega assicurò che aveva saputo trovare la ricetta esatta per questa miserevole mancanza di volontà: Io agisco solo, quando posso fondarmi su 51% delle possibilità per un buon esito. In questo 51% è basato il dramma d’ogni disastro. Vedi le città di Siano e di Bracigliano, le costruzioni intorno al Vesuvio, il fiume Sarno, la speranza di vincere il concorso, ecc. Chi richiede al destino l’assicurazione di un buon risultato, rinuncia da sé al valore di un’azione coraggiosa. Un malato di cancro che è convinto di morire, non ha bisogno del 51% di probabilità al buon esito per ardire un’operazione. Se quest’operazione garantisce la guarigione solo con l’1% di probabilità, un uomo coraggioso la sperimenterà. Diversamente non deve lamentarsi perché muore. In generale, la rovina dell’attuale mancanza di volontà e di determinazione, è frutto specialmente dell’educazione sbagliata che ci fu data da giovani e i cui risultati si propagano nell’età matura, la quale si riflette nella mancanza d’audacia civile negli uomini di Stato dove si conclude e si compie. Ha la medesima provenienza quello sfuggire alle responsabilità che oggi si manifesta. Lo sbaglio è sempre da ricercarsi nell’educazione impartita ai giovani, poiché di lì parte per invadere nel tempo, tutta la vita pubblica e trova il suo completamento negli ordinamenti parlamentari.
Il mio Stato nazionale, come dovrà un giorno curare l’educazione della volontà e la forza di determinazione, così dovrà inculcare nei piccoli la gioia della responsabilità e il coraggio della sincera e leale confessione solo se riconoscerà come valida questa necessità. L’educazione scolastica scientifica che nel presente forma tutta l’opera educativa dello Stato, avrebbe bisogno di qualche modifica. Prima fra tutto: la mente dei giovani non deve essere oberata di nozioni che nella proporzione del 95% sono inutili per loro, e che quindi essi non ricordano e non ricorderanno. I programmi delle medie inferiori e superiori presentano qualcosa di eterogeneo. In molti argomenti d’insegnamento, la materia è ampliata tanto che lo scolaro ne ritiene soltanto una piccola parte priva di organicità, e che soltanto una frazione di quella quantità può essere utile. D’altra parte, questa frazione non è sufficiente a chi esercita una data professione. In questo modo va perduto il fine ultimo di questa grandiosa istituzione. Il fine non può ridursi a rendere la mente capace di apprendere ammassandovi un ingente numero di materie d’insegnamento, ma deve consistere nel dare alla vita futura quel tesoro di conoscenza che serve all’uomo e che attraverso l’uomo giova alla comunità. Questa speranza purtroppo rimane vana speranza se il soggetto, per effetto della soverchia materia inculcategli da giovane, in seguito non ricorderà più questa materia e con essa dimenticherà pure l’essenziale.
Milioni di giovani nel corso degli anni devono apprendere due o tre lingue straniere di cui in seguito si serviranno solo in piccolissima parte, e la quasi totalità le scorderà completamente. Per centomila scolari, ad esempio, che imparano il francese, duemila al massimo potranno utilizzare proficuamente questa conoscenza, mentre i rimanenti 98.000 non avranno mai la circostanza per servirsene. Così hanno impiegato da giovani milioni di ore per una cosa che in seguito per essi non avrà né importanza, né valore. Anche la contestazione che il francese fa parte della cultura generale non è esatta. Sarebbe giusta solo se gli individui utilizzassero per tutta la vita quello che hanno appreso.
In pratica, per favorire duemila persone a cui è utile la conoscenza di questa lingua francese, 98.000 devono essere obbligati a sprecare tempo prezioso. In questo caso si parla di una lingua che non si può affermare che eserciti al ragionamento e all’acutezza mentale, come accade ad esempio, con il latino. Pertanto sarebbe giusto insegnare il francese agli studenti solo nelle sue linee generali, nel suo svolgimento interno, introdurli nelle basi della grammatica, e spiegare con esempi la pronuncia e la forma della frase, ecc. Ciò sarebbe sufficiente per l’uso generale ed essendo più semplice da esaminare e da mettere in evidenza, avrebbe più utilità, invece d’imprimere nelle menti, come si fa oggi, tutta la lingua che non sarà mai conosciuta a perfezione e in seguito dimenticata. Si eviterebbe pure il rischio che per la troppa quantità delle materie, la mente non ritenesse che frammenti inorganici. In tal modo il giovane avrebbe appreso solo ciò che è più importante, e sarebbe già anticipata la scissione fra ciò che ha pregio e ciò che non ne ha. Le basi generali così insegnate dovrebbero essere sufficienti ai più, anche per il futuro, mentre a quelli che in seguito hanno veramente bisogno di questa lingua darebbe la possibilità di perfezionarsi in essa ed occuparsi liberamente di approfondirla. L’UE non esisterà mai finché il consiglio europeo non deciderà di imporre ai 27 l’uso della lingua inglese come idioma comunitario.
Sorrento, 11/10/2007
Antonino Cappiello
COME VORREI IL MIO STATO: P. IV. Storia e Scienze.
Specialmente nell’insegnamento della Storia è indispensabile modificare i metodi finora usati. Nessuno, più del popolo italiano dovrebbe apprendere bene la Storia, ma esso ne fa cattivo uso. Se la politica è storia che trasforma, la nostra educazione storica è diretta dalle caratteristiche dell’opera politica. In questo caso è inutile lamentarsi dei compassionevoli frutti prodotti dalla nostra politica se non si è decisi a proporre una migliore educazione politica. In 99 casi su 100 il nostro insegnamento della Storia ha risultati pietosi. Poche date, alcuni anni di nascita, e raramente dei nomi, rimangono eventualmente impresse nella memoria, mentre manca una linea di indirizzo serio e comprensibile. Tutto quello che è realmente importante, in genere, è tralasciato. Rimane all’inclinazione dei singoli maestri trarre dalla gran quantità di date e dalla successione degli eventi, le ragioni profonde degli avvenimenti. Si può gridare quanto si vuole contro questa dolorosa affermazione, ma bisogna leggere attentamente i discorsi pronunciati dai parlamentari sulla politica estera, ad esempio, per rendersi conto che la parte migliore della Nazione, hanno frequentato le nostre scuole e le nostre Università, e ci si accorgerà della loro mediocre formazione intellettuale. Se essi non avessero studiato la Storia, ma avessero una tendenza naturale sana, le cose andrebbero meglio e la Nazione ne trarrebbe gran giovamento. Proprio nell’insegnamento della Storia bisogna restringere gli argomenti. Il pregio fondamentale sta nel riconoscere le grandi linee dell’evoluzione storica. Quanto più l’insegnamento rimane entro questi limiti, tanto più si può sperare che lo studente, in seguito tragga profitto dalle sue cognizioni a tutto vantaggio e utilità della Nazione.
Non s’impara la Storia solo per conoscere gli avvenimenti, ma per trarre insegnamento per il futuro in vista della conservazione del proprio popolo. Questo è il fine. Lo studio della Storia è soltanto un mezzo per attuarlo. Oggi, purtroppo, il mezzo è diventato fine, e il fine è andato perduto. Per l’uomo comune lo studio della Storia serve solo per dargli delle conoscenze indispensabili ad assumere una certa posizione nei fatti politici del suo Paese. L’attuale insegnamento della Storia al momento non sufficiente a tanto, perché il programma è troppo esteso per il buon padre di famiglia ed è troppo ridotto per l’erudito di professione.
SCIENZE.
Il mio Stato nazionale dovrà rendere meno cospicuo e più comprensibile lo studio delle scienze nella loro essenzialità. Il soggetto dovrà essere istruito profondamente e particolareggiatamente solo in quel argomento che potrà utilizzare nel lavoro che svolgerà. In ogni caso, la cultura generale sia imposta, mentre la scelta della specializzazione, sia lasciata alla libertà dell’individuo. Si avrebbe così una riduzione del programma scolastico e di conseguenza delle ore di studio in modo da avere più tempo per il miglioramento del fisico, del temperamento, della forza di volontà e di determinazione. Quanto sia vana l’odierna educazione scolastica e quanto sia poco utile per esercitare una professione, è reso chiaro dal fatto che oggi possono coprire lo stesso ufficio individui che hanno frequentato tre o più scuole diverse fra loro. Insomma, una conoscenza specifica non può essere acquisita dai programmi scolastici al momento presente. Il mio Stato deve far sparire una volta per sempre tali inefficaci provvedimenti. Un’altra modifica nel programma di educazione scientifica, per il mio Stato deve essere questa. E’ tipico della nostra epoca che l’educazione scientifica deve rivolgersi alle materie esatte, matematica, fisica e chimica. Esse certamente sono indispensabili in un’epoca in cui la tecnica e la chimica sono predominanti nella vita di tutti i giorni, ma è rischioso basare solo su questo l’educazione di un popolo.
Industria e tecnica, commercio e artigianato, possono prosperare solo se una comunità nazionale pone le premesse indispensabili allo scopo. Ultimo punto da accentuare nell’educazione scientifica è questo: nella cultura, il mio Stato nazionale, deve riconoscere un mezzo per incrementare l’orgoglio nazionale. Un inventore deva apparire uomo di valore non solo come inventore, ma ancor più, come membro della Nazione. L’entusiasmo per ogni grande atto deve trasformarsi in orgoglio per il fatto che l’autore appartiene al nostro popolo. Dai tanti grandi nomi della Storia si devono scegliere i massimi, per inculcarli tanto profondamente nell’animo dei giovani, da diventare loro stessi i sostegni di un sentimento nazionale puro. L’argomento oggetto di insegnamento deve essere svolto sistematicamente prendendo come fondamento questi principi. L’educazione deve essere intesa in modo tale che il giovane, finita la scuola, non sia un mediocre pacifista, un democratico chiacchierone o qualcosa di simile, ma un vero italiano. Affinché questo sentimento nazionale sia sincero e non immaginario, va inculcata nella mente dei giovani ancora in formazione, una seria norma basilare: chi ama la sua nazione può soltanto dimostrare il suo amore con la rinuncia. Un sentimento nazionale che tenda solo al profitto, non può sussistere. Del resto, c’è ragione di essere orgogliosi del proprio popolo soltanto nel momento in cui non ci si deve vergognare di nessuna classe sociale. Ma una Nazione di cui metà è misera, mal ridotta, o completamente estenuata, dà un quadro talmente cattivo di sé che nessuno può esserne orgoglioso. Solo se una Nazione è completamente sana nel corpo e nello spirito, ciascuno può essere contento di farne parte. Questa gioia può elevarsi fino a quel sentimento che si può chiamare orgoglio nazionale. E sarà sentito esclusivamente da chi conosce il valore della propria Nazione e del proprio Io. Nell’animo dei giovani bisogna imprimere la cognizione del profondo legame tra orgoglio nazionale e sentimento della giustizia sociale. La giustizia sarà l’argomento della quinta parte.
Sorrento, 2003 - venerdì 12 ottobre 2007
Antonino Cappiello
COME VORREI IL MIO STATO: Parte V. Giustizia Sociale.
Nell’animo dei giovani bisogna imprimere la cognizione del profondo legame tra l’orgoglio nazionale e il sentimento della giustizia sociale. Solo così si formerà un popolo di cittadini affiatati e fortificati da un amore e da una fierezza comuni, incrollabili e inamovibili. Sembra che la nostra epoca abbia paura del nazionalismo aprendo le porte a tutti senza remore e senza controlli, e ciò è indice di debolezza. Giacché manca al popolo la forza di contrastare l’immigrazione tipo “arrembaggio, non può essere scelto dalla sorte a grandi opere. In ogni modo, non possiamo negare che andiamo incontro ad un gran cambiamento. Ci possiamo solo domandare se ciò avrà per effetto la salvezza nostra o la diffusione del giudaismo e dell’islamismo. Il mio Stato nazionale dovrà preoccuparsi di formare, per mezzo di un’adatta educazione della gioventù, una generazione pronta alle massime decisioni che saranno prese nel nostro Mondo. La totale opera d’istruzione e d’educazione dello Stato nazionale deve trovare il suo culmine nell’inculcare nel cuore e nella mente della gioventù, il significato e il sentimento d’amore e di difesa della Nazione. Nessuno deve abbandonare la scuola senza conoscere perfettamente la necessità di rimanere incontaminati dall’islam, sì, ma non nemici. In fondo l’educazione dello spirito non avrebbe pregio se non giovasse all’individuo per essere pronto a conservare se stesso e le sue tipiche qualità. Diversamente sarebbe una grande sfortuna, poiché in futuro rimarremmo solo dei mediocri e dovremmo tristemente ammettere che la nostra civiltà è avviata alla fine. Rimanendo preda d’immigrati clandestini, eleviamo questi dal loro anteriore grado di civiltà ad un grado superiore, ma decadiamo noi per sempre. Nel momento presente, ammettiamolo pure chiaramente, si agisce con superficialità nel campo educativo. In generale, i figli dei genitori che hanno anteposizioni sociali sono ritenuti degni di un’educazione superiore.
Attenti per favore. Le capacità in sé possono essere giudicate solo relativamente. Un giovane contadino può avere più qualità di un figlio di genitori che occupano alte cariche da molte generazioni, anche se ha meno cultura generale del figlio di un borghese. La migliore condizione di questo ultimo non ha niente a che vedere con le personali capacità in parte grandi, ma ha solo alla sua base una maggiore quantità di sollecitazioni ricevute grazie alla sua vasta educazione all’ambiente in cui vive. Se anche il dotato figlio di contadini fosse cresciuto in tali condizioni, le sue facoltà intellettuali sarebbero diverse. Sovente un bambino di paese sovente diventa un gran maestro. La nostra epoca non dimostra grande impegno di pensiero per il fatto che questa massima non è utilizzata per tutta la vita intellettuale. Con un’adeguata preparazione, è vero, si può dare all’uomo qualunque un’apparenza d’intelligenza più che mediocre, ma sono acquisizioni aride e non fertili. Si formano così uomini tali che possono essere un pozzo di scienza, ma che nelle situazioni importanti e nei momenti decisivi della vita si lasciano sommergere. Da soli non sono capaci di contribuire minimamente all’evoluzione dell’Umanità. Questo tipo di conoscenza passiva e forzata, è sufficiente solo ad occupare posti statali, in questo periodo. E’ chiaro che fra i tanti abitanti dello Stato ci sono talenti per tutti i settori della vita d’ogni giorno. Ed è ovvio che la validità della cultura è tanto più grande quanto più la conoscenza è stimolata dall’interesse personale. Generalmente opere creative si hanno soltanto, quando la genialità si unisce alla cultura. Tuttavia è intollerabile il pensiero che ogni anno centomila uomini senza alcuna capacità sono ritenuti meritevoli di un’alta educazione, mentre altre centinaia di migliaia pieni di talento non ricevono un’educazione elevata. Inconcepibile è l’indebolimento che così subisce la Nazione. Se negli ultimi decenni s’incrementò molto, specie in altri Paesi, la quantità delle scoperte importanti, uno dei motivi è questo, che laggiù un numero di geni superiore che in Europa, proveniente da classi basse, è in gradi di ricevere un’educazione superiore.
Per inventare non sono sufficienti le mere nozioni inculcate, ci vogliono cognizioni rese vive dall’ingegno. Nel mio Stato per ora si dà poca importanza a ciò, si crede che bastano i buoni voti riportati agli esami. Pure su questo punto lo Stato nazionale deve cambiare sistema. Non è davvero sua mansione garantire una superiorità assoluta ad un dato ceto sociale, ma scegliere tra tutti i membri della Nazione, i cervelli migliori e portarli agli impieghi importanti e alle cariche decisive. Lo Stato deve dare al bambino medio nella scuola, una precisa istruzione ed incanalare il suo talento sulla strada adatta a lui. Specialmente deve permettere a tutti i geni di frequentare gli istituti dell’insegnamento superiore, qualunque sia la classe sociale da cui gli studiosi provengono. Solo così di là della classe dei rappresentanti di una cultura arida, si può produrre una classe dirigente per la Nazione, veramente dotata. C’è poi un altro motivo per cui lo Stato deve spingere la sua opera in questo senso: le classi intellettuali del momento sono così chiuse in se stessa e così inaridite, che sono prive di un reale contatto con i ceti più bassi. Questo fatto ha due aspetti negativi. Prima di tutto, il classi intellettuali restano prive della nozione e del senso della gran massa, non capiscono più il popolo. In secondo luogo, sono prive di un’adeguata forza di volontà, diventando questa ultima sempre più fragile nei chiusi circoli intellettuali a differenza di ciò che avviene nella moltitudine del popolo. Lo Stato dunque, dopo aver ponderato con attenzione e con zelo, ha il dovere di estrarre dalla massa del suo popolo gli uomini meglio dotati dalla Natura, e di metterli al servizio della comunità. Lo Stato e i funzionari statali non ci sono per permettere la sopravvivenza a classi prestabilite, ma per compiere l’opera a loro pertinente. Ciò avverrà solo se per rappresentare lo Stato, siano istruiti individui capaci di forte volontà. Ciò è valido non soltanto per tutti i funzionari dello Stato, ma anche per la guida spirituale della Nazione in tutti i settori. Motivo di grandezza della Nazione è anche questo: che si riesca a scegliere e ad istruire i più dotati per i compiti loro pertinenti e metterli al servizio della collettività nazionale.
Detto tra parentesi, il discorso che stiamo portando avanti ha i suoi sviluppi psicopedagogici, eticogiuridici, folosoficoteologici, ma non intendo approfondire al momento nulla di tutto questo, sebbene è giusto saperlo. Ritornando a noi, a prima vista tutto ciò sembra certamente inattuabile nel mondo moderno. Si contesterà, per esempio, che non bisogna pensare che il figlio di un funzionario statale diventi artigiano, perché un altro proveniente da famiglia di artigiani sembra più adatto di lui per un alto impiego. Disgraziatamente, ciò può essere valido, vista l’attuale valutazione del lavoro manuale. Ma proprio per questo il mio Stato nazionale deve assumere una posizione di base diversa di fronte al concetto di lavoro. Si deve distruggere l’insensata abitudine di disprezzare l’opera corporale. Si apprezzerà l’uomo, non dal tipo della sua attività, ma dall’aspetto e dal valore del lavoro fornito. Ciò sembrerà inconcepibile in un tempo in cui il più stupido compilatore di pagine di giornali ha più valore di un intelligente meccanico, semplicemente perché lavora con la penna. L’attuale innaturale stato delle cose è fondato proprio sulle manifestazioni corruttrici del nostro tempo materialistico. Come linea di base, qualunque attività ha un duplice pregio, uno materiale e uno ideale. Il pregio materiale sta nel valore che il lavoro ha per l’esistenza della comunità. Quanto maggiore è la quantità dei cittadini che traggono utilità da una data attività, tanto più deve essere considerato il pregio materiale. A quest’attività materiale si contrappone l’attività ideale. La quale, non si basa sul valore materiale, ma sulla sua utilità in sé e per sé. E’ vero, la necessità di un’invenzione può essere maggiore di quella di una prestazione manuale, ma è certo che la comunità si fonda tanto sulla piccola prestazione quanto su quella grande. Tuttavia, si deve dare uguale valore a tutte le attività, per il fatto che l’uomo in questione si sforza di dare il meglio di sé, nel suo settore. Pertanto il giudizio sul prestigio di un uomo deve basarsi su ciò, e non sul compenso accordato. Nel mio Stato nazionale si deve operare in modo che all’uomo sia assegnato quel lavoro che corrisponde alle sue capacità, nel senso che i dotati devono essere istruiti sul lavoro a loro pertinente.
Detto tra noi, il talento non può essere inculcato, deve essere naturale, perché è un dono della natura, una facoltà acquisita dall’individuo con l’eredità genetica. Nella prassi, il giudizio sul soggetto deve essere basato sulla maniera con cui egli diventa adatto alla mansione datagli dalla comunità. Fondamentalmente, egli rende alla comunità nazionale, ciò che la comunità ha dato a lui. Chi si comporta così merita stima e reputazione. Il compenso materiale può essere dato a quello che con il suo lavoro giova alla comunità, ma il compenso ideale sta nella stima che ognuno può avere se mette al servizio della propria Nazione le qualità che la natura gli donò e che la collettività educò e sviluppò. In questo caso non è più biasimevole essere un artigiano, ma è biasimevole essere un funzionario incapace, e rubare al buon Dio il tempo e al buon popolo il pane quotidiano. In questa luce sarà considerato normale che non si affidino ad un uomo servizi per i quali non è adatto. C’è anche da ricordare che l’uguaglianza non consta e non si può valutare sull’attività dei singoli in sé, nel senso che emerge solo nel momento in cui ciascuno fa il proprio dovere e l’individuo diventa autore lui stesso del proprio pregio sociale. Nella nostra epoca in cui interi gruppi sanno solo stimarsi gli uni con l’altro secondo lo stipendio che ricevono, queste cose proprio non si capiscono. Non per questo bisogna smetterla di sostenere i nostri principi. Al contrario, chi vuole salvare il nostro tempo malato e corrotto, deve come prima cosa avere l’audacia di riconoscere i motivi di questa malattia. Di ciò deve curarsi il nostro Stato, riunire e incanalare quelle forze che sono adatte a farsi modelli di un nuovo concetto di Mondo, superando la mediocrità piccolo-borghese. Proprio per questo dobbiamo impedire in futuro una troppo gran differenza tra le retribuzioni. Non si affermi che in questo caso avremo servizi meno buoni. Sarebbe un dolorosissimo indice di decadenza se lo stimolo ad una migliore prestazione intellettuale e manuale fosse esclusivamente dato da uno stipendio superiore. Anzi, le più grandi invenzioni, le più sensazionali scoperte, le più nuove attività scientifiche, i più meravigliosi monumenti dell’umana civiltà, i più stupendi santi, non furono dati al Mondo dal desiderio di far denaro.
Al contrario, sovente la loro origine segnò la rinuncia alla felicità terrena avuta con la ricchezza, vedi ad esempio Francesco d’Assisi. E’ possibile che oggi il denaro sia diventato il solo padrone dell’esistenza, ma in futuro l’uomo tornerà a adorare la più elevata Divinità. Nel presente molte cose devono la loro vita alla brama di denaro e di ricchezza. In quest’ottica la nostra Patria ha pure la missione di presagire un’epoca che darà all’individuo il necessario per vivere, ma terrà salda l’idea che la persona non vive solo per la gioia materiale: Non di solo pane vive l’uomo, precisò il Divino Maestro, e lo sta attuando Chiara Lubich. Tutto ciò si esprimerà in una graduazione di qualità stabilita con senno, in modo che possa garantire anche all’infimo onesto lavoratore, una vita normale nella sua qualità di uomo e di componente della nazione. Non siamo così stupidi da ritenere un’epoca perfetta, però sentiamo il dovere di lottare contro gli sbagli evidenti, vincere le debolezze e tendere verso l’ideale. Gli sbagli non devono allontanarci dai propositi, vedi Agostino, Paolo, Ignazio, così come non possiamo privarci della giustizia solo perché può sbagliare, e non possiamo rinunciare alla medicina solo perché le malattie continuano ad esistere. Si deve solo badare a non dare poco valore alla forza di un ideale.
Ho pronunciato la parola magica “ideale” e pertanto devo concludere. Bisogna opporre ai rappresentanti dell’attuale repubblica materiale la fede di un ideale, il cui diffusore si è comportato di conseguenza: Usque ad mortem et mortem crucis.
Ho finito. Grazie per l’attenzione.
Sorrento, 2003 - venerdì 12 ottobre 2007
Antonino Cappiello

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