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LEZIONE 7

I e II ELEMENTARE, 6/7 anni.

Pensa, al mattino, quando esci, mio caro bambino, che in quello stesso momento, nella tua stessa città, altri ragazzi vanno come te a chiudersi per tre ore in un’aula per studiare. Pensa agli innumerevoli ragazzi, che presso a poco a quell’ora vanno a scuola in tutti i Paesi. Vedili con l’immaginazione che vanno, vanno per i vicoli dei villaggi quieti, per le strade delle città rumorose, lungo le vie dei mari e dei laghi, o sotto un sole ardente o tra le nebbie opache, in barca nei Paesi intersecati da canali, a cavallo nelle grandi pianure, in slitta sopra le nevi, a piedi per gli scoscesi sentieri di montagna, soli, a coppie, a gruppi, in lunghe file, tutti con i libri sotto il braccio, vestiti in mille modi, parlanti mille lingue diverse, dalle ultime scuole della Russia, quasi perdute tra i ghiacciai, alle ultime scuole dell’Arabia, ombreggiate dalle palme, milioni e milioni, tutti ad imparare in cento modi diversi le medesime cose. Immagina questo vastissimo formicolio di ragazzi di cento popoli, questo movimento di cui fai parte, e pensa: Se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe come d’incanto nella barbarie; questo movimento è il progresso, la speranza, la vita del mondo. Coraggio, dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la Terra intera, e la tua vittoria è la civiltà umana. (Edmondo De Amicis, CUORE, cap. La Scuola).
Reg.) Perché i genitori ci tengono tanto a che i figli frequentano la scuola?
Risp.) L’esperienza quotidiana insegna che in genere, chi ha seguito un corso di studi, si ritrova una personalità più ricca, una mentalità più aperta di chi non ha studiato per niente o ha poco studiato. Senza contare che di solito, ha maggiori possibilità di affermarsi nella vita. Dunque, la prima motivazione che spinge i genitori a mandare i figli a scuola, è proprio questa: la preoccupazione di farli diventare più uomini, unitamente alla speranza di vederli affermati nella vita. Non tutti i genitori però sanno una cosa che adesso dirò, ma inconsciamente la pensano. Il filosofo francese Gian Antonio Maria di Condorcet, 1743-1794, era convinto che l’umanità potesse progredire indefinitamente in tutti i campi. Tra gli altri, scrisse un libro intitolato: Rapporto sull’Istruzione pubblica, in Geymonat, Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico, Vol. III, Milano 1971, p. 530. Nel libro Egli spiega un principio pedagogico fondamentale, e afferma che se un uomo, per parlare, dispone soltanto di cento parole, è suddito e schiavo di chi ne possiede mille. E’, infatti, la parola-pensiero che instaura le idee, che modifica le situazioni, crea le persone, costituisce le cose. Cosicché, resta muto intellettualmente, chi n’è escluso.
Un secolo e mezzo più tardi, il noto scrittore e pedagogista Don Milani, scrisse un libro intitolato Testimonianze, Milano 1967, pp. 265-266, in cui, con parole non molto diverse, ripropone il pensiero del Condorcet. Don Dilani vuol far capire ad un contadino analfabeta la necessità dello studio e lo mette a confronto con il suo padrone. – Adolfo, quanti vocaboli possiedi? – Al massimo 250. – Il tuo padrone ne possiede mille. Questa è una delle ragioni per cui lui resta padrone, e tu rimani nelle condizioni in cui sei, povero e servo. Quando tu possiedi più vocaboli, sarai alla pari con il tuo padrone, e non ti può più dire “non capisci”. Questo spiega, tra l’altro, l’abisso tra l’agricoltore tedesco o nordamericano, diplomati in agraria, e il contadino africano che traccia i solchi con l’aratro di legno.
Reg.) Ora andiamo alla pratica. Il piccolo, a 6 anni, entra in prima elementare. Cosa succede? Cosa bisogna fare?
Risp.) Hai ragione, grazie! Come tu chiedi, cerchiamo di scendere nei particolari e analizziamo i problemi che si devono risolvere al primo impatto con il bambino di 6 anni, in prima elementare. Il piccolo si presenta a scuola con un bagaglio di competenze, già acquisito in famiglia; ha un carattere già abbozzato, e una personalità già avviata, insomma ha già un certo orientamento. Egli non è abituato a tenere la penna in mano e non è abituato a stare fermo nel banco, egli sa solo giocare e scribacchiare. Intanto, l’impegno scolastico è direttamente proporzionato al tipo di vita vissuto in famiglia da zero a 6 anni, e all’influenza dell’ambiente. Per prima cosa c’è da chiedersi se il bambino è vissuto vicino alla madre o ne è stato lontano. Nel primo caso, egli sarà sicuro di sé, non avrà complessi, riuscirà a risolvere i problemi ordinari, sarà predisposto a non litigare. Se invece, è vissuto lontano dalla madre, voglio dire affidato ad altre persone o enti, allora si noterà in lui insicurezza, sbandamento, introversione, paura, insomma sarà pieno di complessi. Si vede imbarazzato anche nelle situazioni più semplici da risolvere. Avrà la predisposizione a litigare con i compagni e cercherà di eludere la sorveglianza e l’interessamento dei grandi in suo favore, e in particolare degli insegnanti. C’è poi un terzo tipo di bambino, quello vissuto sì, sempre vicino alla madre ed ai parenti, nonni in particolare, ma coccolato in modo così morboso, da renderlo un fantoccio, incapace perfino di pensare. Queste ultime citate circostanze, preparano la gioventù più difficile da capire e da seguire. Secondo passo. Le altre esperienze, gli incontri successivi, le occasioni impreviste della vita, e mille altri fattori imponderabili ed impercettibili, possono plasmare uno dei seguenti tipi: - il classico incapace, - lo sfacciato ribelle. Sono forse, due varianti del coccolamento? Al momento non lo so!
Reg.) Cerca di scendere più nei particolari di questo cocente argomento!
Risp.) L’incapace è il risultato di un’ educazione sbagliata, di errori pedagogici commessi da chi gli voleva troppo bene, e credendo di venirgli incontro, ne ha fatto un rammollito. Adesso, per tutta la vita avrà bisogno di chi pensa a lui. Abituato a non pensare, agirà con superficialità e commetterà certamente tanti guai. Anche qui c’è chi ripara per lui.
Il ribelle è l’altro ramo della stessa educazione, con la differenza che, invece di adagiarsi, il giovane vuole scrollarsi di dosso la continua oppressione del controllo, reclama la sua libertà, pretende di decidere in proprio per ciò che lo riguarda. Ciò tuttavia, non sarebbe un male, se l’educatore capisse di avere sbagliato, esagerato, e ridimensionasse il suo atteggiamento nel senso dell’emancipazione. Il guaio è che l’educatore si sente scalzato, crede di perdere autorità, si abbatte al pensiero di essersi prodigato invano. In pratica, vorrebbe che il fantoccio non fosse libero e non pensasse nemmeno. Di qui i litigi, i rimproveri, le minacce: Lo faccio per il tuo bene! – Chi non sente a mamma e padre va in malora e non lo sa! – Crescere figli! Era meglio crescere carciofi! Ecc. A questo punto è comprensibile che il giovane mandi tutto all’aria, litighi con maggiore intensità, s’impone di rompere con tutto e con tutti. Dalla famiglia alla società, il passo è breve e la conclusione è la stessa: rompere con tutto e con tutti.
Reg.) A questo punto mi sembra che sia difficile fare scuola. Dico bene?
Risp.) Niente è difficile, basta sapere come va il mondo. Adesso ti spiego. Le nostre classi sono composte di bambini, ragazzi o giovani che hanno alle spalle uno dei bagagli educativi sopra menzionati. Parlo a tutti. Certo, fare lezione è difficile. E’ vero, ma chi si dà all’attività educativa, deve calcolare anche questo, e non può e non deve contribuire ad aggravare una situazione già di per sé gravosa. Gli uni vanno ridimensionati, gli altri compresi, gli altri ancora incoraggiati, in modo da formare un gruppo il più possibile amalgamato e disponibile alla cultura. Proprio qui, il compito dell’insegnante, oltre che difficile, diventa anche pesante, a volte insostenibile. Anche questo, grazie al cielo, sarebbe sopportabile, se non ci fossero leggi incerte, strutture carenti, dirigenti scolastici poco accorti. Per gli insegnanti allora non vi sono che due prospettive: c’è chi si adagia e tira a campare come se la scuola non fosse il suo problema, c’è chi si dimette perché non ama scherzare con le cose serie. In conclusione, il problema insoluto rimane solo per gli alunni, e ancora una volta non per colpa loro. Noi grandi però, continuiamo a lamentarcene.
Reg. ) L’ambiente in cui il bambino vive, influisce in qualche modo sulla sua formazione?
Risp.) Oltre alla famiglia, anche l’ambiente sociale in cui il bambino vive, influisce sulla sua formazione, sì, è vero. Ascolta, e pensa! - I modi di parlare e di esprimersi, - i giornali e la televisione, - i litigi a cui assiste,- le cattiverie di cui sente parlare, - la delinquenza minorile, ecc. Ogni cosa ha la sua parte, e agisce positivamente o negativamente sulla formazione della personalità nel futuro adulto. In tale prospettiva, se la cultura non è sufficiente e la volontà non è agguerrita, si avrà un adulto che disprezzerà il mondo in cui vive, e per dileggio diventerà lui stesso parte della sozzura. Se invece riuscirà a diventare un uomo di cultura, con una volontà ben orientata, allora guarderà i mali del mondo con senso critico, e studierà il da farsi.
Si pensi a don Bosco, Giuseppe Moscati, Bartolo Longo, Martin Luter King, Gandhi, Chiara Lubich, e mille altri. Il mio progetto di scuola nuova s’inserisce proprio qui: togliere i giovani dall’ambiente per prepararli ad osservare l’ambiente, e cercare rimedi per migliorarlo. Insomma, lo scopo è quello di formare dei veri geni. Vi sembra utopia? Rispondo ancora: dico con quel tale, datemi un punto d’appoggio e vi solleverò il mondo.
Reg.) Non sono ancora soddisfatto. Desidero che mi descriva il maestro all’opera, in azione, alla guerra.
Risp.) Il bambino a 6 anni si presenta a scuola con il suo bagaglio di formazione pre-acquisita e con la conoscenza del solo dialetto. Il maestro si trova di fronte a 20 bambini che non sanno leggere, né scrivere. Non sanno tenere la penna in mano, non si sanno allacciare le scarpe, vogliono fare pipì. Compito grave, difficile e delicato al tempo stesso, perché da questo primo impatto con la scuola, dipenderà il futuro progresso scolastico del bambino. Guai a rimproverare, a maltrattare, a minacciare, a castigare. Al contrario: volerli bene come a figli, accarezzarli, comprenderli, venire loro incontro, è il minimo che il maestro possa fare. Il primo giochetto sarà quello di mettere la penna tra le dita, di insegnare a stare seduti con la schiena dritta, a misurare la distanza degli occhi dal quaderno, far capire che la luce deve venire da sinistra, giocare a muoversi tra i banchi senza urtare i compagni e senza fare rumore. Ad un occhio profano ciò può sembrare una perdita di tempo, invece è tempo guadagnato per il futuro, avendo il maestro conquistato la stima degli allievi, senza dire che la scuola è frequentata con piacere, e il desiderio d’imparare diventa un fatto personale e non un’imposizione. Non si badi se il bambino riesce da subito a scrivere o leggere, ma come e con quale gusto. E’ un momento critico. Mai fare un successivo passo se non si è convinti che le precedenti nozioni siano state digerite, e il piccolo apprende con soddisfazione, con lo stesso piacere del gioco. Guai agli errori pedagogici in questo periodo. Ed ora attenzione! Se uno di voi che mi leggete ha intenzione di costruirsi una villetta decorosa, a chi affida il progetto? Ad un manovale? Ad un geometra di primo pelo? O ad un architetto di chiara fama? Indubbiamente a quest’ultimo. Giulio Caio obietta: Scusi tanto, ma cosa c’entra l’ingegnere o l’architetto, se la villa non è ancora costruita? Quale sarà la risposta a questo quesito? Sei proprio stupido, Giulio Caio, l’architetto ci vuole adesso, quando s’incomincia. A che cosa mi servirà dopo che il manovale mi ha già messo in opera una catapecchia? Riportiamo il ragionamento a scuola. E’ proprio, quando s’incomincia la formazione del bambino che occorre un architetto della pedagogia e della psicologia, perché se la costruzione della cultura inizia male, a che cosa mi serviranno professori scienziati nel corso degli anni? Sono stato chiaro? Voglio sostenere che in prima elementare dovrebbero insegnare maestri qualificati, pedagoghi esperti, psicologi famosi.
Finché si continua a pensare che in prima elementare basta un giovincello appena diplomato al magistrale e vincitore di concorso, la scuola non guarirà mai dai suoi mali. Quando si cambierà mentalità e si promuoverà in prima l’architetto più esperto, solo allora si avrà una gioventù preparata come tutti la desiderano. Nel mio progetto di scuola nuova, c’è anche questo. Le riforme statali sono lontane da questa visuale.
Reg.) Il cervello dei bambini come reagisce ai nuovi stimoli? Potrebbe esserci il rischio di sfruttarlo troppo?
Risp.) Ascolta mio caro, e continuiamo a seguire il nostro architetto nel suo lavoro e chiediamoci innanzitutto che effetto ha specificatamente l’istruzione sul sistema nervoso. Ormai è noto che quando il cervello riceve una maggiore quantità di stimoli e d’informazioni, si ha come effetto un numero più elevato di collegamenti tra due centri nervosi, e un maggiore infittimento delle ramificazioni terminali delle cellule nervose. In pratica, più informazioni si danno, più il cervello diventa di buona qualità. In termini tecnici, una maggiore quantità di stimoli ha il corrispettivo di un più elevato numero di connessioni sinaptiche e di un maggiore infittimento dei dendridi tra i neuroni. I ricercatori scientifici sono del parere che l’informazione di natura verbale ha la massima influenza sullo sviluppo delle attività neurotiche corticali. Charles Sherrington, nato a Londra, 1857-1952, neurologo, Premio Nobel 1932, ha proposto una teoria alquanto affascinante e verisimile al riguardo, in suo libro, Man on his nature, in Lowell, Psicologia Educativa e Sviluppo Psicologico, Firenze 1972, pp. 45-48. Egli assicura che le fibre nervose, dopo aver ricevuto un’informazione, subiscono varie modificazioni. Tali modificazioni le stimolano ad attivarsi insieme assai facilmente, proprio perché hanno ricevuto le stesse informazioni. Esse perciò si rendono capaci dello stesso lavoro. Ciò vale anche per i neuroni. Il sistema nervoso si lascia modificare dalle informazioni reagendo ad esse e formando dei modelli spazio-temporali di attività mnemoniche che ci permettono di apprendere e di agire variamente.
Secondo Hebb, nel suo libro The organization of behaviour, in Mc V. Huntoe e altri, ed. Jean Piaget, Roma 1972, p. 61, scrive: l’informazione ripetuta instaura nuove interrelazioni neurotiche creando una sorta di circuito chiuso, capace di agire anche in assenza degli stimoli originari. Tali circuiti interagiscono con nuovi stimoli e nuovi circuiti, facendo aumentare il potenziale mentale.
Queste teorie rimarranno valide finché qualcuno non ne presenta una più convincente. Rimane in ogni modo, che il “leggere” è una delle più elevate funzioni del cervello dell’uomo, l’unica creatura terrestre che può acquisire tale capacità. La quale, è anche primaria funzione vitale, in quanto ogni vera e propria conoscenza dipende dalla capacità di leggere. Capacità in cui, accanto alle catene di riflessi, di condizionamenti, d’automatismi, entra in gioco la concettualizzazione, la scelta cosciente, il controllo intenzionale, vuol dire che entra in gioco l’Io, il soggetto pensante.
La lettura, inoltre, ha straordinaria importanza nella formazione del bambino, in quanto meglio assicura quello che in psicologia è definito apprendimento significativo. Il qual è apprendimento non meccanico, nel senso che viene a collegarsi con strutture conoscitive preesistenti, e si armonizza cognitivamente con loro. La consuetudine della lettura può fornire vaste strutture di base atte a ricevere stabilmente nuove conoscenze e ampi apprendimenti.
Reg.) Mi pare che stai confermando ancora una volta la responsabilità del maestro, vero? E anche quella dei genitori per la loro parte. Dico bene?
Risp.) Gli insegnanti e i genitori devono essere molto avveduti nei riguardi di questo aspetto nella formazione dei loro allievi. E’ facile scivolare nell’apprendimento meccanico e meramente verbale. Le parole, com’è noto, simboleggiano concetti, il che può indurre l’insegnante a creder che il bambino, pronunciando un termine o una frase, abbia appreso anche il concetto, mentre il bambino può avere imparato solo la parola che lo rappresenta, mero suono che non ha nessuna possibilità di inserirsi nel patrimonio delle strutture cognitive. Naturalmente ogni buon insegnante elimina tali inconvenienti assicurandosi che gli alunni comprendano a fondo che cosa esattamente sia l’oggetto di cui si parla, e promuove “definizioni operative” dei termini e delle locuzioni. Si tenga presente la reazione alle cosiddette “parolacce” dei bambini.
A questo punto, è essenziale, per il piccolo allievo, una conoscenza abbastanza estesa di diverse forme di frasi, conoscenza che, a sua volta, presuppone un vocabolario ricco e il possesso d’usi grammaticali e sintattici. Solo così i concetti vengono ad essere integrati entro una struttura di una determinata area dove le nuove acquisizioni, recepite e influenzate dalle informazioni preesistenti, influenzano a loro volta, queste ultime. Senza contare che, solo ciò che è appreso significativamente, può facilmente trasferirsi a nuove situazioni che si trovano all’interno di una medesima struttura cognitiva. In termini tecnici, questo concetto è espresso dalla parola transfer. In linguaggio più semplice è quello che si dice, imparare a pappagallo.
Reg.) Per favore, chiarisci il fatto che i piccoli vogliono toccare tutto e rompere tutto.
Risp.) Per lo sviluppo psichico del bambino è anche indispensabile l’apprendimento manipolativo, che significa pratico, e che unisce costruttivamente il concreto al concettuale, il pratico al mentale. Il piccolo, vale a dire, deve toccare con mano, rendersi conto di persona dei fatti e delle cose. Pertanto, è inopportuno quanto errato, sgridare i bambini perché rompono i giocattoli. Essi non rompono, loro manipolano, apprendono con le mani, constatano la realtà com’è fatta e di che è composta. Al contrario, in questi casi bisogna essere orgogliosi del proprio figlio, e della sua intelligenza. Il cielo vi liberi se un bambino osserva con indifferenza il giocattolo e lo mantiene nuovo senza interessarsene. Ci sarebbe da chiedersi se egli è sano di mente. Può distruggere anche per altri motivi, ma questo non è il momento di considerarli. Importante! Si tenga presente che solo il linguaggio opera mitiche trasformazioni, come leggi alla pagina seguente, generoso lettore.
Il linguaggio: – facilita la formazione dei concetti, - li rappresenta in via simbolica, - permette di stabilire interrelazioni complesse tra i concetti. – Ciò precisato, per favore, non metteteli a tacere, col dire: - Stai zitto, mi fa male la testa! – Smettila di ciarlare!
Chiudi quella bocca! Ecc. - Quando scrivono o disegnano, non dite: Sono tutti scarabocchi! – Non sciupare fogli senza fare cose serie! Ecc. Solo il linguaggio può stabilire rapporti tra fatti differenti, che stando al loro aspetto percettivo-conoscitivo, sono troppo diversi tra loro. Si pensi ad esempio, a quel fenomeno che la psicologia odierna definisce generalizzazione degli stimoli. Solo mediante il linguaggio è possibile generalizzare la risposta ad uno stimolo e passare dall’idea di castello all’idea di tana. Il castello e la tana sono percettivamente diversi tra loro, è vero, ma molto di ciò che si conosce dell’uno può essere trasferito all’altra se vengono ad essere considerati come esempi differenti dello stesso concetto, il cui simbolo linguistico, in questo caso è: dimora, - casa, - abitazione, - rifugio, - residenza, - albergo, ecc. E’ in questa funzione connotativa della realtà, che il simbolo linguistico si rivela diverso da ogni altro mezzo di rappresentazione che abbia solo carattere denotativo, dico segno o segnale. Il simbolo non significa direttamente le cose, ma permette di concepirle, per meglio dire, di pensarle, e quindi di superare il dato percettivo-esperienziale per elaborare idee mediante le quali il mondo viene inquadrato in un rapporto categoriale logico. A tal riguardo, vedi P. Prini, Il paradosso di Icaro, Roma 1967, p. 64.
Reg.) Non ho altro da chiedere. Puoi terminare quest’appassionante argomento sulla lettura.
Risp.) Grazie, mio caro! Ti dico subito che oltre all’arricchimento delle conoscenze, la lettura favorisce: - la capacità d’attenzione, - la capacità di concentrazione, - la capacità di memorizzazione. Tutti aspetti non secondari nella formazione della personalità, in quanto sono alla base dell’osservare, riflettere, esprimersi. Funzioni queste che, a loro volta, mentre arricchiscono la vita interiore, assicurano anche un comportamento razionale, autocontrollato, con la possibilità quindi, di un soddisfacente equilibrio della sfera emotivo-affettiva.
Ci sono anche altri effetti non meno importanti della lettura sullo sviluppo del bambino. Vediamoli brevemente. – La lettura soddisfa il naturale senso di curiosità del bambino, il quale impara a trovare da sé le risposte ai suoi “perché”. – La lettura è il veicolo della fantasia, che tanta parte gioca nello sviluppo della vita infantile che, attraverso la lettura, trova equilibrato appagamento e incanalamento verso sviluppi costruttivi. – Dal punto di vista dell’igiene mentale, la lettura ha, per tutti, una notevole funzione catartica, vale a dire, libera da stati di angoscia. – La lettura scarica tensioni, pulsioni, reazioni, che altrimenti, senza sfogo, potrebbero dar luogo a disturbi della personalità, e forse spiega che la persona colta, in genere appare più controllata e saggia della persona incolta che si presenta per lo più sufficientemente istintiva.
Qui ci dovrebbe venire in aiuto la ricerca psicoanalitica per stabilire in quale misura la lettura, anche come mero leggere in sé, influisce sui nostri processi di neutralizzazione dell’energia pulsionale, di dominio dell’ambiente, di formazione di meccanismi di difesa, d’introiezione. Tuttavia, ciò al momento, esula dal nostro discorso.
Altro aspetto che genitori e educatori devono tener presente, è che la lettura, se si vuole che dia i suoi benefici risultati, dev’essere apprezzata dal bambino fin dalla seconda infanzia, quando in pratica la mente è assorbente, voglio dire, quando il piccolo è al punto magico del momento giusto. Il gusto della lettura, instauratosi al giusto momento, si memorizza come attività spontanea, come il giocare, il cantare, ecc. Trascorso il momento favorevole, la lettura potrebbe diventare un “dovere”, e come tale essere considerata indigesta e noiosa.
Queste brevi note si riferiscono alla prima e alla seconda elementare, alle due classi che compongono il primo ciclo della scuola dell’obbligo.
Sono certo che c’è molto da riflettere e molto da modificare se desideriamo una gioventù più qualificata. CIO’ DIPENDE DA NOI!
Ho finito. Grazie per l’attenzione.


Antonino Cappiello - Sorrento, giovedì 22 novembre 2007

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