Articoli

RAI. LEZIONE 12 –

 

EREDITA’- AMBIENTE

I presupposti del comportamento. La comunicazione.

 

Regista.) Ogni essere è un mondo a sé, dicesti in precedenza. Vuoi spiegarlo meglio, per favore?

Rispondo.) Giusto, dissi esattamente così: ogni essere è un modo a sé, e va preso per quello che è, e non per quello che noi vorremmo che fosse. Cerchiamo di spiegare più dettagliatamente cosa significa. Parliamo di un essere, vale a dire di una persona, e nel nostro caso, di un bambino. Possiamo affermare con certezza che è un mondo a sé, unico e importante nel suo genere, e non paragonabile ad altri. Dobbiamo rilevare che in campo pedagogico va preso per quello che è, con la sua personalità, con le sue inclinazioni, con le sue estrosità. E’ bene indicargli, sì, una via da seguire, ma senza forzature, senza rigorismi, senza velleitarismi, e al tempo stesso con amore sincero, con onestà, con giusto equilibrio. Dobbiamo dire infine, che non è corretto e non è onesto pretendere che un bambino diventi quello che noi vorremmo che fosse. Ciò chiarito, vediamo cosa dice la scienza, cosa suggerisce il buon senso, cosa si ricava dall’esperienza.

Reg.) Il comportamento! Quali potrebbero essere gli elementi che influiscono sul comportamento?

Risp.) La prima cosa certa, comune alla scienza, al buon senso e all’esperienza, è che ognuno ha un suo comportamento, un suo carattere innato, anche se poi, naturalmente, l’ambiente lo può modificare in parte. In ogni caso, il nostro comportamento è legato a certi fili genetici che si fanno sentire direttamente o indirettamente in tutto quello che facciamo.

Questa parte istintiva, qualificante ogni singolo individuo e rendendolo unico nel suo genere, non è possibile eliminarla. Allora dobbiamo subito chiederci fino a che punto il nostro  comportamento sia frutto dell’eredità genetica, e in quale misura invece, l’educazione e l’ambiente in cui un individuo vive, possono modificare certe situazioni che provengono da un fatto ereditario. Di tutto questo, più e meglio, ne parla Piero Angela, Viaggi nella scienza, Garzanti, Milano 1987.

Schematicamente posso dare un’idea approssimativa della combinazione eredità-ambiente.

(a)  Eredità genetica deviante + ambiente fertile = è possibile la correzione.

(b)Eredità genetica deviante + ambiente corrotto = si produce il bruto.

(c)  Eredità genetica efficace + ambiente buono = si crea il genio.

(d)Eredità genetica efficace + ambiente malvagio = si è in dubbio sulla riuscita.

Da tempo esiste un dibattito tra gli studiosi su cosa sia innato e cosa è acquisito. Tutti i ricercatori sono d’accordo sul fatto che entrambe le cose sono molto importanti, l’eredità e l’ambiente. E questi due aspetti non sono separabili. Agiscono contemporaneamente in ogni individuo, sovrapponendosi ed intrecciandosi. Il problema sorge, quando si tratta di definire il dosaggio dei due fattori.

Anticamente si pensava che l’individuo nascesse già con il patrimonio genetico trasmesso dai genitori e si finisse che essere intelligenti o stupidi, onesti o delinquenti, fosse una questione d’eredità, e che nulla o poco si potesse fare per migliorare l’individuo. In questo campo il Lombroso trovò pane per i suoi denti. Insomma una specie di predestinazione. Poi si è scoperto [1900] che ciò non è vero con il suo 100%, mentre è fondamentale l’influsso dell’ambiente specie nei primi anni di vita, per la crescita individuale, vale a dire per lo sviluppo dell’attenzione, dell’astrazione, del linguaggio. Come potete ben capire, amici miei, tutto ciò, è stato verificato scientificamente su bambini cresciuti in ambienti con diverso livello culturale.

Nella pratica, quando i bambini sono troppo coccolati, s’impedisce loro di coltivare il senso dell’attenzione, e crescono come degli sbadati e degli sbandati.

I piccoli riusciranno man mano ad acquistare l’attenzione per quello che fanno, se noi grandi ci interessiamo di loro facendo finta di non interessarcene. Ecco alcuni casi concreti. Se c’è una scopa di traverso sul pavimento e il bambino non riesce a passare, invece di togliere la scopa o di sollevare il bambino, si lasci pensare per risolvere da solo il problema in qualche modo. Se il piccolo cade, invece di sollevarlo o di bastonarlo, si dia il tempo di pensare, ed egli troverà il modo per rialzarsi. Ciò vale anche per i compiti avuti a scuola e da risolvere a casa, vale per lavarsi, per tenere in ordine le proprie cose, e per mille altre occasioni. Si diano per favore, solo delle indicazioni, e poi si lasci fare.

Circa il linguaggio, si tenga presente che i piccoli, imparando facilmente nuove parole, hanno un gran desiderio di parlare tanto, che non la finiscono più. E’ importante ascoltarli con attenzione e dare il tempo di spiegarsi. E’ un serio errore pedagogico dire: Stai zitto! Oppure: Mi fa male la testa! Peggio ancora: Non dire sciocchezze con quella bocca!  Questo modo di trattarli li traumatizza, crea in loro la consapevolezza di non essere in grado di parlare, si chiudono in sé, e non apriranno più la bocca in seguito. Quando poi vanno a scuola, e si vorrebbe che si esprimessero, non riescono a comunicare e ad aprirsi. Di conseguenza non studiano, convinti di non saper riportare e riferire. Allora fioccano nuovi rimproveri da genitori e da maestri, come se i giovani stessero commettendo delle scorrettezze volontarie e riprovevoli. Trasformata così pacchianamente la realtà, diventa molto difficile riequilibrare una situazione del genere in quanto il problema affonda le sue radici nell’inconscio. Nel momento in cui il giovane, manda tutto a quel paese, noi grandi ce ne lamentiamo ancora e diciamo che è colpa sua. E io scrivo in difesa dei giovani.

Ritorniamo all’ambiente, e concediamo che può influire sia sullo sviluppo mentale, sia sull’intelligenza. Pertanto, lo stesso bambino, teoricamente, secondo l’ambiente in cui vive, può diventare o un bambino lupo se abbandonato alla foresta, o un intellettuale se curato bene. Sono state fatte ricerche in tal senso e si è potuto dimostrare il ruolo fondamentale che svolge l’ambiente nel determinare lo sviluppo, e conseguentemente il destino individuale.

Reg.) Prof, allora, eredità o ambiente?

Risp.) L’influenza dell’eredità e dell’ambiente sul comportamento, varia secondo le situazioni, e diventa quindi assai difficile distinguere ciò che è davvero innato, e ciò che è invece frutto dell’influenza dell’ambiente.

Orientativamente e senza far torto a nessuno, in casi normali, il 50% è innato, il resto è frutto dell’ambiente. L’ambiente ragionevole riesce facilmente ad orientare e ad educare. Il guaio diventa serio, quando l’ambiente è corrotto, nel senso che quel 50% ricevuto geneticamente, facilmente vaporizza, avvolge il soggetto nelle sue spire, e il delinquente è bell’è fatto. Ormai è al 100% malfamato come l’ambiente, ed ognuno che segue è peggiore assai più di quelli che lo hanno preceduto. Con la progressione geometrica del male, in breve tempo si arriva al punto in cui non è più possibile alcun processo di conversione e l’educazione scolastica si riduce ad un menare il can per l’aia. Oggi, 2007, siamo giunti proprio qui, con i nostri, e con i “graditi” nuovi arrivati. Perdete ogni speranza, voi che vi date da fare!  Tornando a noi, sono convinto che i primi anni di vita siano decisivi, quando la scuola non c’entra per niente.

Per quanto riguarda gli esseri umani, sappiamo due cose: l’eccitabilità è regolata in buona parte dalle ghiandole surrenali e dall’adrenalina, secondo, gli ormoni intervengono continuamente nel comportamento. Ne deriva che emergono argomenti come l’ANSIA, i MECCANISMI DI DIFESA, il FEED.BACK, la PATOLOGIA FISICA, ed altri, che tratteremo però in altra occasione.

Intanto domandiamoci: i bambini detti “talenti” possono essere, o sono soggetti a questi processi genetici e ambientali?  

Certamente non può essere attribuito alla sola educazione familiare che Mozart compose musica a 3 anni, né che Giotto ancora pastore, disegnasse bene le pecore, né che Pauli a 18 anni, scrivesse un trattato sulla relatività. Questi talenti innati, queste inclinazioni naturali, in qual modo possono essere codificati nel nostro patrimonio genetico?

Potrei spiegarlo, ma non voglio superare Kenn Follet per numero di pagine, allora mi limito a rispondere con Manzoni: Nui chiniam la fronte al Massimo Fattor, che volle in lui, del creator suo spirto, più vasta orma stampar. In ogni caso la risposta non è semplice, però si può ipotizzare che se un cervello ha cellule ramificate in modo diverso, o membrane diversamente sensibili, o magari di un certo tipo di sistema circolatorio, è ragionevole pensare che quel cervello funzioni in modo diverso nel suo insieme e-o in certe sue parti. Naturalmente su questa macchina cerebrale agiscono da protagonisti gli stimoli ambientali che, secondo i casi, potranno esaltare o inaridire quelle potenzialità. Se vogliamo aiutare i nostri figli e alunni seriamente, l’unica cosa saggia che possiamo fare è agire sull’ambiente, perché l’ambiente può essere modificato, i cromosomi, no! Come dicevamo, però, l’ambiente non è tutto, in quanto interagisce con il substrato genetico d’ogni individuo, sempre diverso, sempre personale. Per scattare una bella fotografia non basta che il panorama sia bello, è necessario saperlo inquadrare, si deve conoscere il tipo di pellicola, essere aggiornati sulle caratteristiche dell’emulsione, ecc. Proprio per questo motivo non abbiamo individui stampati in serie. Per saperne di più, ne discute brillantemente Piero Angela, Viaggi nella scienza, Garzanti, Milano 1987, a cui rimando voi, e a cui mi prostro io, con tanto di cappiello. Tornando a noi, tale diversità è una delle caratteristiche ed una delle ricchezze della vita. Sta a noi aiutarla ad esprimersi nel modo migliore in ogni individuo.

Per arrivare a tanto, si richiede una politica pedagogica molto qualificata e assai rifinita, con la collaborazione di tutti i soggetti che interagiscono sull’ambiente, e che ai fin dei conti sono l’ambiente stesso. Il primo passo qual è? Osservare l’ambiente che abbiamo preparato alla nostra gioventù, e poi tirare le conclusioni.

Reg.) Sull’ambiente familiare cosa si può dire?

Risp.) Per i miei gusti, gradirei che i genitori, prima di affrontare il matrimonio, si acculturassero bene nel campo pedagogico per evitare gli errori educativi che, una volta commessi, portano il bambino al punto che a 5 anni, non più sopportabile. Allora i genitori, per levarselo di torno, chiedono che la scuola li accolga già a 2-3 anni, e in più insistono sul tempo prolungato. Tuttavia, il fatto non sarebbe un gravissimo danno, se poi non incolpassero la scuola per la mancata formazione dei propri figli. Qual è la conclusione? Le ansie dei parenti sono mere scuse per nascondere una coscienza indecisa che rimorde e reclama. Dunque, cari Genitori, perché non vi preparate pedagogicamente per dire ai vostri figli: Senza di te sopporto la vita, con te è una gioia continua? Prima di incolpare gli altri, ricordate, che quegli altri, siete voi. Grazie.

Reg.) E sull’ambiente politico cosa si può dire?

Risp.) A mio giudizio, sembra che la scuola a 2-3 anni, piace anche ai politici. Forse credono che incoraggiare quelle richieste estrose delle mamme, sia un modo di rimanere a galla. Non lo so!

Sta di fatto che, leggi, decreti, distribuzione dei pasti, libri in omaggio, sconto sulle tasse, inserimento degli handicappati, sperimentazioni, corsi di lingue, eccetera, che cosa sono di fronte ad una vera riforma che prevede strutture idonee e maestri qualificati? Che cosa significa istruzione obbligatoria gratuita, di fronte alla lotta per l’evasione fiscale?

Che cosa significa ambiente sano, di fronte alla superficialità per la cultura ecologica e all’attenzione per la tutela del cittadino? Che cosa significa cultura di base, di fronte alla totale ignoranza dei diritti e dei doveri?  Una politica più seria, ecco il mio problema.

Prima che mi sfugga, desidero far presente che ho appreso dai mass-media alcune notizie che cadono proprio a pisello nel discorso presente circa l’insegnamento della religione, detto IRC.

Nelle scuole elementari è richiesto dal 95% dei genitori. Così mi sono domandato perché, ed ho risposto: le mamme vogliono affidare alle maestre il compito di informare i figli in religione, in quanto loro non ne sono capaci, per ignoranza e per indifferenza. Come se le maestre non fossero mamme come loro. Ma no! L’insegnamento è affidato a soggetti inviati dall’autorità ecclesiastica. La disgrazia sta nel fatto che sono peggio delle mamme e delle maestre. Secondo caso. Nelle scuole superiori solo 8% degli studenti ha chiesto tale insegnamento. Come mai tale precipizio nella statistica, mi sono ancora chiesto. Vi dico la verità,  ma è solo la mia verità. I giovani, crescendo, sono rimasti smarriti e turbati dalla cattiva presentazione dell’Onnipotente Creatore, e sono venuti alla conclusione che si tratti di un Essere illogico, crudele e nepotista, e averci a che fare è la più gran delusione della vita.

Adesso che possiamo decidere autonomamente, lungi da noi, continuare ad essere turlupinati da altri soggetti che insegnano religione. Abbiamo già patito abbastanza nelle classi precedenti.

Se la LOGICA del Creatore è quella che ci hanno proposto, allora non c’è Creatore. Secondo me, questo è il pensiero dei giovani che rifiutano la religione a scuola, se non queste le precise parole.

Reg.) Sull’ambiente sindacale cosa puoi dire?

Risp.) I sindacati si battono per una politica occupazionale, è vero! Quando però, prenderanno a cuore la qualifica professionale?

Oh, voi sindacalisti, vi siete mai accorti se a scuola si vivacchia o si fa sul serio? Vi siete mai resi conto circa il problema delle strutture e dei sussidi didattici? Avete mai ponderato la validità degli scioperi? Avete mai valutato il prelievo d’ufficio per l’iscrizione, pur dopo un referendum abrogativo? Avete mai organizzato un corso d’etica professionale? Tanto basta per la mia opinione sui sindacati.

Reg.) Ti pregherei di terminare questa parte sull’ambiente perché ci sono altre cose interessanti da dire.

Risp.) Ambiente! Un circolo così strettamente chiuso, come si fa a spezzarlo? Da dove incominciare? Chi ammetterebbe di stare su una strada sbagliata? Il solo ammetterlo però sarebbe segno di maturità e quindi desiderio di modificarsi. Non si può nemmeno ammettere che sono tutti poco accorti, genitori, maestri, politici e sindacalisti. La soluzione è una e va bene a tutti: la volontà di lasciare le cose come stanno, unicamente per un tornaconto personale e non per il bene dei giovani. La stessa cosa che fanno le religioni. Tutte affermano che la loro è vera, ma non lo possono dimostrare. Tutte assicurano che quella degli altri è falsa, e li vogliono conquistare alla loro. La soluzione?

Lasciare le cose come stanno, con incontri, preghiere, studi, convegni, mentre il Creatore fa la parte dell’Illustre Ignoto. Per dimostrare la veridicità di una religione, gli operatori pastorali devono chiarire, senza pregiudizi e senza tendenziosità, i seguenti concetti: Creazione, Redenzione, Provvidenza. – Amore, Felicità, Eternità.  – Verità, Fede, Preghiera.  La domanda è: Se sono preparati. La risposta è: Negativo!

Quando nessuno vuole ammettere le sue colpe, subentra la falsità e l’ipocrisia. Assai peggio di una volontà perversa. Perché? Perché l’opera del crudele è conforme alle sue opere. L’opera dell’ipocrita presenta la luna nel pozzo e poi ti pugnala alle spalle.

Termino qui e giuro: in quest’ambiente maleodorante, nei giovani si radica la delusione e con essa la rabbia, seguite dal proposito di dar pan per focaccia. E voi vi lamentate, e io continuo ascrivere in difesa dei giovani. Chiedo perdono per la mia franchezza.

Reg.) Adesso stai per affrontare l’argomento comunicazione. Cerca d’essere preciso e conciso per mostrarne l’importanza.

Risp.) Comunicazione, è il sostantivo femminile derivato dal verbo “comunicare” che significa trasmettere, partecipare agli altri le proprie idee e i propri sentimenti. Nella società moderna “comunicazione” significa l’insieme dei mass-media che per la loro capacità di raggiungere un vasto pubblico, influenzano largamente le idee ed i bisogni collettivi. Parlare è una capacità tipicamente umana, tanto è vero che un cane o un gatto, non saranno mai capaci di dire se i loro genitori erano poveri ma onesti,

per dirla con Bertrand Russel, che mi ha tolto l’osso di bocca.

La comunicazione: com’è nata? Come si è sviluppata? Quali sono i problemi del linguaggio nella comunicazione? Quale funzione ha la scuola in questo settore? Procediamo gradualmente.

Intanto è fuori discussione il fatto che l’uomo possiede un linguaggio innato e che non ha avuto quindi bisogno d’imparare: è il linguaggio della comunicazione attraverso le espressioni di collera, paura, piacere, dolore, sorpresa, ansia, gioia, ecc., espressioni comuni a tutti gli uomini della Terra e di tutti i tempi. Ancora una volta, vedi Piero Angela, Viaggi nella scienza.

Nel nostro caso è in argomento sostenere che i neonati sanno già produrre una quantità di suoni che significano cose diverse senza averle mai imparate: fame, collera, gioia, dolore, ecc. Il compito degli educatori è quello d’interpretare e capire adeguatamente le esigenze del piccolo per soddisfarle con la giusta dose di equilibrio, e così educarlo correttamente in vista di un armonico sviluppo psico-fisico. E passiamo ai casi concreti, alla pagina seguente.

Circa la fame è importante abituare il bambino fin dall’inizio, all’orario e alla quantità, in modo da evitare squilibri alimentari, sicuramente dannosi per la futura crescita. Non sempre il pianto è indice di fame, però è frequente il caso che per non sentirlo urlare gli si tappa la bocca con un’altra poppata o mettendogli in mano qualcosa da mangiare. Ciò crea squilibri fisici e psichici, con la conseguenza di un nuovo diverso pianto causato da dolori o da nevrastenia indotta. Si crea insomma, un circolo vizioso che rovina quasi sicuramente e definitivamente la salute e la mente del bambino nel presente e per il futuro. Con queste premesse, gli interventi educativi in età scolare e preadolescenziale, avranno solo l’effetto del placebo. Altra circostanza cui bisogna porre molta attenzione è il riposo. E’ necessario farlo dormire per “le ore canoniche” e nel periodo giusto della giornata, altrimenti diventa irascibile, nervoso, disubbidiente, superficiale, distratto. In altre parole perde la disponibilità all’ascolto, e pertanto a casa diventa disubbidiente, e a scuola è qualificato distratto. Ma non è nessuna delle due cose. In realtà l’alunno non ha interesse allo studio perché l’ha definitivamente perduto. Pertanto, la comunicazione della cultura a scuola, diventa un fatto puramente utopistico per il docente, mentre l’alunno da parte sua, la vede come un dovere fuori della sua logica e si sforza di sottrarsi. Quel giudizio del docente sul foglio di comunicazione alla famiglia E’ intelligente, ma svogliato, la dice lunga sulla falsità e la finzione. Si tratta di una vera e propria contraddizione in termini, perché chi è intelligente non è svogliato, e chi è svogliato non capirà mai. Da chi è stato ridotto incapace di apprendere? I genitori sembrano felici di sentire e di leggere quel giudizio perché leggono solo intelligente e sorvolano su svogliato che li accusa. Capite adesso il mio problema amici cari? Con questi suggerimenti sembra che io voglia cercare il pelo nell’uovo, in realtà desidero solo aiutarvi.

La scuola non potrà fare nulla se gli alunni, dopo i 6 anni,  arrivano in classe già privi d’equilibrio psicofisico, sarà un buco nell’acqua. Il passare degli anni e le nuove circostanze aggravano sempre più lo squilibrio, fino ad annullare del tutto, le terapie pedagogiche più avanzate, e la gioventù arriva ad essere quella di cui tutti si lamentano.

Reg.) Vorrei che chiarissi meglio i concetti di capire e fasi capire.

Risp.) Siamo ancora nell’ambito della comunicazione. Aggiungo che la voce umana è in grado di produrre 40 suoni, o come si dice, 40 fonemi. Questi combinandosi variamente tra loro creano un gran numero di possibilità che chiamiamo “parole”. Con i 90 numeri del lotto si possono formare 620 milioni di combinazioni, e con i 7 segni alfanumerici delle targhe automobilistiche, lo sapete meglio di me. Con 40 fonemi, fate voi il conto di quante parole n’escono fuori. Ogni individuo può conoscere oltre 100.000 parole e comporre un numero sterminato di frasi diverse. La dama ha 64 caselle, ponete il numero 1 sulla prima, e proseguite fino alla 64esima in progressione geometrica. Mi sapreste dire il numero di questa ultima? Provateci, se avete coraggio. In pratica, in ogni cultura si può comunicare ogni cosa con notevole accuratezza. Ho detto bene! Ogni cosa: un pensiero, un avvenimento, una situazione passata o futura, si possono esprimere sentimenti, sensazioni, si può provocare collera, paura, piacere, dolore, sorpresa, eccetera. La Parola si può sostituire alla realtà. La cultura scolastica s’inquadra in questo tipo di comunicazione. C’è una sola condizione: chi riceve deve capire, altrimenti non c’è comunicazione, le parole si perdono e non riescono ad evocare nell’ascoltatore le percezioni che permettono la comprensione. Normalmente gli individui trovano i giusti livelli di comunicazione adattando il linguaggio ai vari interlocutori. Il medico parla in modo diverso ad un collega e ad un paziente.

L’adattamento è spontaneo, quando c’è la tendenza a mettersi nei panni degli altri. Per il nostro caso, è ovvio che la capacità di adattamento dei bambini sia minore: loro hanno difficoltà nell’adeguare il loro linguaggio per renderlo comprensibile agli altri, per dire a noi più grandi. La capacità di adattare le parole all’interlocutore, richiede un sufficiente sviluppo mentale, quindi la capacità di decentramento cresce con gli anni. Dico tra parentesi, che spesso non è neppure sviluppata nelle persone adulte. Per esseri chiari e comprensibili, occorre maturazione intellettuale, cosa che si acquista gradualmente, e aumenta in corrispondenza alla complessità delle idee che si devono trasmettere. Genitori e maestri che operano diversamente non perdono occasione per mostrare le loro origini. Il genitore che non sa mettersi nei panni del figlio, non sa comunicare ed usa perciò un linguaggio tale da produrre nel piccolo, incomprensione per quel che dice, inculca comportamenti banali e idee distorte, difficilmente modificabili a crescita avvenuta. In altre parole, voglio sostenere che l’errore pedagogico consiste nel parlare in modo diverso da come il piccolo è in grado di capire. La maggior parte degli adulti, fa sentire solo “il rumore” delle parole, ed esse non producano effetto per l’ascoltatore. Quando un bambino è oppresso, da genitori e docenti, ne resta ossessionato e si ammala veramente.

E’ costretto ad assentarsi ed i genitori devono tenerlo a casa. Non capiscono il figlio, e vanno alla ricerca delle cause che hanno prodotto la malattia. Alla fine trovano il capro espiatorio: il bambino non vuole andare a scuola perché l’insegnante lo ha rimproverato, e traumatizzato. Non si può negare il rimprovero, ma bisogna ricordare che è stato fatto per il comportamento anomalo del bambino, il quale non vuole stare in scuola, e cerca occasioni malevole per essere allontanato, tipo, salta sul banco, scappa dall’aula, picchia i compagni, tira penne all’aria, vuol bere, chiede di andare al bagno ogni 15 minuti, eccetera.

Insomma, pensa tra sé: Si dovranno pur stancare, maestra, bidelle e direttrice, e alla fine mi sospenderanno!  Cosa che avviene puntualmente. Il figlio “malato”, in casa piange perché ha paura della scuola e si batte per non andare. Il genitore incapace, da una parte, e soddisfatto per aver trovato il rimedio, addossa all’insegnante la causa della malattia del figlio. L’insegnante allora stila una pepata relazione all’equipe medica e psico/pedagogica, e lo invia al “sostegno” per toglierselo di torno. La maestra di sostegno, in questa gran bagarre, ci guazza, e con 4 alunni, conquista il posto e riceve lo stipendio. Il legislatore ed i sindacati si spremono le meningi per mantenere in auge un simile sistema che giudicano “democratico”. Ora dite la verità, amici miei, Li amate veramente questi figli e alunni? Rispondete a voi, per favore, non a me, che non ho interesse a saperlo.

Reg.) Credo che per ora possa bastare in quanto c’è molto su cui riflettere. Forse è meglio concludere. Grazie.

Risp.) Grazie a te. Termino con 3 brevi pensieri. Primo. Nel caso appena citato, basterebbe tenere il piccolo a casa 1 o 2 giorni la settimana, oppure tenerlo a scuola un paio d’ore, in modo da farlo abituare gradualmente. Supponiamo per ipotesi che sono io a proporre questo rimedio. Sapere cosa mi si risponde, cambiando argomento? L’insegnante deve lavorare 4 ore!  Vedete? Si parlava di bambino e si tira in ballo l’insegnante. Allora fate come vi piace!

Secondo. Solo quando i docenti parlano in modo adeguato all’età degli allievi e si mettono nei loro panni, avendo per massima che nessuna nozione è data per scontata, possono riuscire nel loro intento di comunicazione. Inoltre, devono presentare le varie discipline come un gioco, e in più dare alla nuova intelligenza il tempo di maturare quanto appreso. Diversamente parlano al vento, gli alunni non capiscono nulla e considerano la scuola come un peso inadeguato alla loro intelligenza, per questo covano la voglia di starne lontano. Sono o no, anche i docenti responsabili?

Terzo. I capricci dei bambini. Tutti si lamentano che i bambini sono capricciosi, e nessuno riesce a trovare rimedio per impedirlo. Obiettivamente, la questione è strana perché mal posto. In realtà, il capriccio non è un problema del bambino, ma è una mancanza d’adattamento dell’adulto che non sa mettersi nei suoi panni. Riflettete. Il piccolo piange e s’impunta, quando non è compreso, nel senso che non si presta attenzione a quello che dice o a quello che chiede, per il fatto che egli non riesce a spiegarsi subito e bene.

Il caso è subito pronto. Si passeggia a piedi. Il piccolo vuole fermarsi per farsi togliere una pietruzza dalla scarpa perché prova fastidio nel camminare. Egli non sa dirlo con immediatezza e chiaramente. Dice solo Ferma, Ferma!  

Il genitore non riesce a capire, o perché non lo ascolta nemmeno, o perché non gli dà il tempo di esprimersi, e se lo trascina via in malo modo. Allora il piccolo, dolorante, piange e s’impunta, Ferma, Ferma!  Seguono rimproveri, litigi, false promesse, e ceffoni. La mamma pensa che si tratti di un capriccio, e tira avanti. E’ chiaro il mio discorso? Quando mi si dice, E’ un bambino capriccioso, penso, No, è solo incompreso!

Sono io grande che non lo capisco, o è lui che fa i capricci?

A voi la risposta, prego.

E ricordate: il bambino non fa capricci, è incompreso!

Ho finito. Grazie per l’attenzione, e perdonate la franchezza!

 

Antonino Cappiello - Sorrento, mercoledì 28 novembre 2007

 

                                                             

Traduzione

Italian English French German Portuguese Russian Spanish

Orologio