Articoli

LEZIONE 23

JOHN DEWEY

Scuola e Società – Democrazia e Educazione – Progetto di Scuola Nuova.
Iohn Dewey, Chicago USA, 1860-1942.
Regista.) Iohn Dewey quale cultura propone per i maestri elem.?
Rispondo.) Iohn Dewey è un pedagogista americano vissuto tra il 1860 ed il 1942. La sua notevole statura pedagogica e filosofica ha avuto origine con gli studi umanistici e si è consolidata nella pratica educativa. Insegnando nelle scuole elementari, si rese conto che la modesta cultura di un maestro NON era sufficiente a tener fronte alle crescenti esigenze degli alunni, e si iscrisse alla Hopkins University di Baltimore, dove si laureò in filosofia nel 1884. Passò quindi ad insegnare all’Università, ma la sua vocazione di maestro riaffiorò e lo spinse ad interessarsi di problemi educativi di base. A Chicago creò e diresse una scuola sperimentale per bambini. Il suo pensiero è condensato principalmente in due suoi libri: Scuola e Società, secondo, Democrazia e Educazione.
A questo punto è d’obbligo una riflessione. Durante tutto l’arco della carriera scolastica, il lavoro più bello e importante, è quello del maestro elementare, e non si capisce come mai proprio tali maestri insegnano con un semplice diploma di maturità magistrale, e non con una laurea in pedagogia, o in psicologia, o in filosofia. Comprendere i bambini è l’arte più difficile che esista, e ne abbiamo avuto prova parlando di Montessori e Piaget. Alle elementari si pongono le basi della cultura, si crea l’amore allo studio, si stimola l’interesse al sapere, si guida il bambino alla vita democratica, si fissano i primi elementi delle scienze, si apre il cervello al ragionamento logico.
Reg.) In pratica, chi deve insegnare alle scuole elementari?
Risp.) A mio parere, alla scuola elementare si dovrebbe giungere per promozione, e dovrebbero arrivarci i luminari della pedagogia e della psicologia. Al momento si crede di porre rimedio con i corsi d’aggiornamento per docenti, ma sappiamo tutti come stanno le cose. C’è un progetto di legge che vorrebbe tutti i docenti laureati, ma dove? Nelle stesse università di cui fu parola nelle pagine precedenti? Se così fosse, converrebbe lasciare il mondo come sta, poiché quel dottorato aggiungerebbe niente al niente, e 0 + 0 = 0. Con i nuovi programmi si è varata la riforma delle elementari prima ancora di adeguare le strutture. Ogni governo in carica annulla il ritocco precedente ed inserisce un cuneo peggiore. I corsi di recupero per gli alunni, sembra che danno via libera alla promozione senza merito. Nelle scuole elementari si vuole insegnare la lingua inglese senza professori specifici. Si pretende d’insegnare religione senza teologi. Si pretende l’educazione psicomotoria senza psicologi. Si desidera la musica senza maestri. Si assegnano tre docenti contitolari su due classi. Si offre la refezione scolastica e non ci sono i refettori. Si sperimenta il tempo prolungato, e si pretende che alunni di 6 anni restino seduti nello stesso banco per 6-7 ore. Se questa è la scuola italiana, coma si può apprezzare?
Reg.) Allora, cosa deve fare l’istituzione scolastica?
Risp.) Torniamo a Dewey. Alla luce dei cambiamenti in atto nella società attuale, dice il maestro di Chicago, è necessario che ci si ponga il problema di una nuova educazione collegandola al corso generale degli avvenimenti. La prima cosa dunque, che la scuola deve fare è quella di uscire dal suo isolamento, deve cessare di essere una faccenda che riguarda soltanto le relazioni tra le “eccelse menti” dei pedagoghi ed i loro particolari alunni. La scuola deve essere considerata parte e aspetto dell’intera evoluzione sociale.
In questo periodo l’industria, racchiudendo il lavoro nelle fabbriche, lo ha sottratto all’esperienza viva dei ragazzi, come avveniva in passato, quando l’intero processo produttivo si svolgeva davanti agli occhi di tutti, dall’approntare i materiali grezzi, sino all’articolo confezionato. In pratica, ogni membro della casa aveva la sua parte nell’esecuzione del lavoro. I ragazzi, via via che crescevano in forza e capacità, erano gradualmente iniziati ai misteri dei diversi processi. Essi vi erano interessati in modo immediato e personale, e giungevano persino a prendere parte diretta al lavoro. Gli individui si formavano nell’azione, ed erano temprati e saggiati dall’azione. Con l’avvento dell’industrializzazione, i ragazzi sono privati di tale preziosissimo campo d’osservazione e di sperimentazione. Da ciò ha anche origine la pericolosa frattura creatasi tra scuola e lavoro. La scuola dovrebbe osservare questa relazione, e cercare il rimedio adatto con una nuova educazione dettagliandola in una riforma intelligente. L’esperienza artigianale arricchiva il giovane e gli conferiva autonomia, sicurezza, in breve lo educava, lo portava ad assumere inconsciamente il suo ruolo nella vita, mentre ai giorni nostri, i giovani si devono trascorrere molta parte del loro tempo in istituzioni che consentono scarsi contatti con la società degli adulti, la cui presenza è indispensabile al loro armonico sviluppo.
Reg.) Se l’adulto è diventato estraneo all’educazione dei giovani, chi può assumersi tale compito?
Risp.) Frequentemente è il gruppo che educa e guida, con tutti i disorientamenti che possono sorgere dal fatto che la famiglia come istituzione ha perso importanza. I giovani vivono in un mondo urbanizzato, quasi tagliato fuori del mondo concreto, vivono un’esperienza di frattura tra le generazioni, in una società in cui essi e gli adulti sono assorbiti nelle rispettive attività. I giovani sono così defraudati non solo nell’apprendimento, ma soprattutto nel modello educativo, perché accanto all’abilità del mestiere, gli apprendisti acquisivano anche un modello di vita.
Reg.) E’ possibile che la scuola attuale tutte queste cose non le sa?
Risp.) La scuola, mio caro, tutte queste cose le sa bene fin dal 1899, quando le disse John Dewey, e le sono state ricordate anche nel 1974 dallo psicologo K. W. Richmond con un suo libro La scuola che cambia, pubblicato da Armando, Roma 1974. L’accesso alle fabbriche, agli uffici, agli aeroporti, ai laboratori, e ad altri posti di lavoro, è così strettamente limitato, che il massimo da attendersi, sono le visite occasionali e ufficialmente guidate. Le arti sono diventate ormai un mistero, tranne che per lo specialista e il suo datore di lavoro. Come, e cosa, si può dunque imparare sui banchi di scuola? La scuola deve pensare a modificarsi, a adeguarsi, per restituire al ragazzo l’esperienza del lavoro da cui è stato depauperato. L’opera della scuola dei nostri giorni non si mostra per niente concreto, se si basa solo sui libri, e non prepara a entrare adeguatamente nelle vitali realtà della civiltà che si va trasformando intorno a noi.
Per renderci conto della poca funzionalità della scuola, guardiamo ad esempio, alle cose basilari, al più semplice, al minimo: i banchi, le sedie, le aule, sono fatti forse per lavorare? Non credo. Tutto è fatto per ascoltare. Tutto deve dimostrare dipendenza da una mente più alta. Sì, dipendenza, sottomissione, disciplina. Ascoltare e tacere. Annientamento totale. Bisogna solo rispondere alle interrogazioni, non ragionare. I giovani rispondono con la creolina, con gli scioperi, con l’autogestione, con i consigli degli alunni, e in ultimo con l’auto insegnamento.
Ma com’è possibile tutto ciò? Eppure è questa la scuola italiana. E gli alunni dovrebbero esserne fieri? E qualcuno li può incolpare se odiano la scuola. L’unico imbecille sono io che scrivo in difesa dei giovani. Ogni essere è un mondo a sé e ha bisogno di un’educazione individualizzata. Invece, la scuola impone uniformità di metodi e di programmi, per stampare i giovani in serie, come i prodotti della meccanica. Questa non è scuola!
La scuola dev’essere una comunità di ragazzi, in cui ognuno trova il giusto posto, e dove le aspirazioni del singolo sono appagate. Un luogo dove si dà spazio a tutti; NON una scuola isolata dalla vita, ma una scuola permeata di vita.
Reg.) Esiste o no, una voce italiana a porre l’accento su questa crisi?
Risp.) In Italia questo fatto è noto fin dal 1971, quando Ugo Spirito, nel suo libro Il fallimento della scuola italiana, edito da Armando, Roma 1971, scrisse che l’ordinamento attuale delle materie, risale a secoli passati, e che in nome dell’umanesimo, si dimentica l’uomo nella sua effettiva realtà, pagina 58. Tra la scuola e la vita si è determinato un distacco che non può essere ulteriormente sopportato, pagina 67. Ecco la crisi: una scuola avulsa dalla vita. Soluzione? Nella scuola, la vita del ragazzo, dev’essere lo scopo che sovrasta ogni altro. Tutti i mezzi necessari per promuovere lo sviluppo del bambino si devono trovare qui. Deve imparare? Certo che sì! Ma prima deve vivere. La vocazione di tutti gli esseri umani è quella di vivere, come dire, svolgersi intellettualmente e moralmente. Come si possono formare i membri dell’ordine sociale in un ambiente in cui sono assenti le condizioni dello spirito sociale? Oppure, in un ambiente in cui l’unico criterio per misurare il successo è il trionfo nella gara, il confronto dei risultati nell’esame, per vedere quale ragazzo ha superato gli altri nell’immagazzinare nozioni? In un ambiente, in cui, aiutare il compagno nel suo compito, diventa un delitto scolastico? Che scuola è questa?
Nella scuola dove si lavora attivamente, tutto cambia. Aiutare gli altri diventa uno stimolo a liberare capacità tecniche, e a promuovere l’impulso di chi è aiutato. La vita scolastica si organizza come una società da cui si trae vita e cultura. Insomma si deve pensare ad una scuola fatta per il ragazzo, non a un ragazzo fatto per la scuola.
Compiere esperienze significa imparare facendo, learning by doing, diceva Dewey, e tali esperienze si esplicano non solo nel lavoro, ma anche nel gioco e nell’arte.
Reg.) Che intende Dewey per lavorare a scuola?
Risp.) Il lavoro nella scuola del Dewey non era materia scolastica ma base di tutte le materie e azione molto creativa, rispondente all’impulso di fare, all’istinto di costruire. L’impulso del ragazzo a fare, si esprime anzitutto nel gioco, nel movimento, nei gesti, poi si definisce meglio e cerca sbocco nel plasmare i materiali in forme tangibili e in modelli corporei permanenti. Questo processo purtroppo, non può concretizzarsi nella scuola italiana perché bisogna stare fermi e seduti nei banchi. Le attività precipue del giovane sono escluse dalla vita scolastica per il fatto che si pensa al gioco e al lavoro come normali occupazioni dei ragazzi fuori della scuola. Così gli educatori hanno deciso che a scuola bisogna occuparsi di cose radicalmente diverse. Errore pedagogico assai grave, in quanto porta i nostri giovani alunni ad essere dei veri inibiti nella vita, oltre che degli autentici ignoranti. La prova certa è che dopo laureati, dicono: Datemi un lavoro! Come capo, naturalmente!
Reg.) Dall’attività manuale si passa alle conoscenze scientifiche. Possiamo dire così?
Risp.) Sì, lo possiamo dire. Anche Husén è d’accordo con l’educazione al lavoro nel suo libro Crisi della scuola, stampato da Armando, Roma 1971. Compito centrale della scuola, egli dice a pag. 41, è proprio l’educazione al lavoro, e che in Italia non si è ancora saputo realizzare in concreto. Occorre mettere in gradi gli allievi di apprendere in forma autonoma, addestrarli a procurarsi da soli delle nuove conoscenze. L’occupazione fornisce al ragazzo esperienze di prima mano, lo mette in contatto con le cose reali. E’ sperimentato che i ragazzi, con la loro attività, manifestando il loro istintivo bisogno di fare, giungono a conoscenze scientifiche senza accogliere studi fatti da altri, e constatano leggi compiendo unicamente azioni.
Il lavoro non va inteso come insegnamento a se stante, ma come un modo di vita e d’apprendimento. Al lavoro bisogna dare un significato sociale, di modo che con lui la scuola diventa una forma schietta d’attività comuni, anziché un luogo appartato dove si apprendono solo lezioni teoriche. Mancando quest’elemento di attività comune e produttiva, ne consegue che la scuola non può organizzarsi come naturale unità sociale. Il lavoro consente l’iniziativa del singolo, la ricerca, la creatività, le occupazioni ricche di motivi sociali e testimonia il continuo collegamento con la vita. Nella scuola avviene oggi, un grande sperpero d’energia derivante dall’incapacità di utilizzare le esperienze che il ragazzo reca con sé di fuori, e che si è procurato in forma piena e libera. Il contrario è addirittura impossibile: il ragazzo non è in grado di applicare nella vita quotidiana quel che apprende a scuola. Proprio in questo consiste l’isolamento dalla vita, senza pensare che l’alunno, terminato il suo cammino scolastico, entrerà nella vita, farà parte di un gruppo sociale in cui dovrà portare la sua opera intelligente e qualificata, a patto che l’insegnamento scolastico sarà stato proficuo.
Reg.) Per far tutto questo, quale metodologia occorre?
Ris.) Bisogna che la scuola indirizzi il ragazzo verso l’occupazione a lui più adatta, aiutandolo a scegliere il lavoro più idoneo per lui, quello che meglio rivela le sue iniziative personali. L’educazione attuale delle masse è prettamente utilitaristica, in quanto basata sulla memorizzazione di certe nozioni astratte, e da cui solo, si può giudicare il grado di cultura. Ecco dunque che l’affermazione di questo principio, ha dato luogo alla divisione tra persone colte e lavoratori, ha separato la teoria dalla pratica. Di qui, sono seguite le lotte sociali, le rivendicazioni, le oppressioni, le discriminazioni e le guerre.
Reg.) Quale valore possono avere i programmi tradizionali?
Risp.) Il Rapporto Faure, dal nome del suo Autore E. Faure, Rapporto sulle strategie dell’educazione, pubblicato da Armando-Unesco, Roma 1973, informa fin dal 1972 che il contenuto dei programmi tradizionali lascia poco spazio alle esigenze dell’educazione professionale. Il prestigio della cultura umanistica influenza ancora le scelte di molti alunni e studenti, anche se la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, ha bisogno soprattutto di tecnici e di specialisti in scienze applicate. I sistemi d’insegnamento di molte società anche se sviluppate, contribuiscono a mantenere la discriminazione tra formazione intellettuale e formazione pratica, in quanto danno poca importanza al lavoro manuale, obiettivo da cui bisogna liberarsi per sfuggire alla condanna dell’inattività e della demenza. Troppo spesso, la gerarchia dei programmi riserva la formazione manuale, per gli alunni meno dotati sul piano intellettuale. Questa polemica è riportata anche da K. W. Richmond nel suo testo La Scuola che cambia, pubblicato da Armando, Roma 1974: Sia dentro sia fuori dei circoli accademici, vi sono quelli che continuano ad insistere che gli obiettivi d’un’educazione generale, definita “cultura della personalità”, o “disciplina dello sviluppo personale”, o “la formazione dell’uomo e del cittadino responsabile”, possono essere raggiunti solo attraverso le discipline tradizionali della scienza pura. Dall’altra parte ci sono quelli che vedono di buon occhio la necessità dei corsi d’aggiornamento basati sul lavoro per dare rilievo agli studi pratici e farli apparire distinti da quelli teorici. Insomma una bagarre senza fine. Per finire, dico solo che la scienza pura rende possibili le cose, la scienza applicata le realizza.
Reg.) Si può parlare di meritocrazia basata sull’istruzione?
Risp.) Il Rapporto Kerr, Educazione e Lavoro nella Società Moderna, a cura dell’OCDE, Armando, Roma 1976, riconosce che dagli anni 50 si è dato molto spazio alla meritocrazia…….
meritocrazia basata sull’istruzione, senza badare che il futuro potrebbe essere caratterizzato da una società dove l’educazione ed il lavoro insieme, rendano possibili nuovi sviluppi per l’individuo. Del resto, Dewey aveva posto il dito sulla piaga: scoprire la vocazione alla professione ed evitare il pericolo che l’educazione professionale sia interpretata come educazione al mestiere, e basta.
I giovani devono fare esperienze nei vari settori del lavoro per periodi più o meno lunghi, in modo che siano addestrati alle responsabilità di conoscere in concreto i ruoli che dovranno svolgere da adulti, (Husén pag. 45). Bisogna dare a loro l’opportunità di fondere l’istruzione e la professione con il lavoro, (Kerr pag. 18). In tal modo si evita che la maggior parte dei giovani resti svantaggiata per non avere esperienza di lavoro. Quando si parla di disoccupazione, si pensi anche a questo, e si vada alla radice del problema. Il rimedio principe contro la disoccupazione è quello di permettere esperienze di lavoro.
Reg.) Che cosa chiede Dewey circa il lavoro?
Risp.) Dewey non voleva il lavoro solo come apprendimento del mestiere, e chiedeva nello stesso tempo, un’educazione che riconoscesse il pieno significato intellettuale e sociale della professione, e includesse lo studio storico dei presupposti alle condizioni attuali. Chiedeva una preparazione scientifica che si sarebbe aperta con intelligenza ed iniziativa nella trattazione del materiale e dei mezzi di produzione. Chiedeva lo studio dell’economia e della politica affinché il futuro lavoratore fosse ben edotto sui problemi del giorno e prepararsi a migliorarli nel tempo. In questa luce l’educazione potrà sviluppare le capacità di adattarsi ai mutamenti di situazione, ed impedire ai futuri lavoratori di assoggettarsi ciecamente ad un destino ciecamente imposto. Ecco che affiora l’attualissimo problema della mobilità del lavoro, che solleva inutili isterismi e visioni tragicomiche.
In una società mobile, caratterizzata da cambiamenti rapidi e talvolta imprevedibili, non è più possibile istruirsi per la vita, procurarsi una cultura generale ed una preparazione professionale stabili, perché la società in cui si vive negli anni della giovinezza è destinata a mutare radicalmente, e quella in cui si trascorreranno gli anni della maturità avrà esigenze e caratteri molto diversi dagli attuali, (Husén pag. 43). La scuola deve preparare al lavoro ed all’attività produttiva procurando ai giovani, non solo una formazione specifica per l’esercizio di un mestiere, ma anche l’attitudine all’indefinito perfezionamento e all’adattamento a compiti diversi, man mano che s’evolvono le strutture della produzione e le condizioni del lavoro. La scuola deve tendere a moltiplicare la mobilità professionale e ad agevolare i processi di riconversione da una professione all’altra, (Faure, pag. 296).
Dewey invitava gli educatori a badare affinché la preparazione professionale dei giovani fosse tale da impegnarli in una riorganizzazione continua di scopi e di metodi, come scrive al pag. 400 di Democrazia e Educazione. La capacità dell’individuo di capire e di adattarsi ai cambiamenti economici e tecnici, è nella complessa tecnologia d’oggi, una delle condizioni più importanti per avere un lavoro ed un guadagno, (Kerr. Pag. 21). Nelle società aperte e dinamiche come le nostre, si dovrebbe ricercare un processo più efficace di sistemazione, promuovendo delle occasioni più flessibili a favore del lavoratore, per sviluppare, adattare, cambiare le sue capacità, orientarsi per un'altra carriera, allargare le sue attività sociali, secondo i cambiamenti della scena economica e sociale, con nuovi tipi di sostegno da parte delle istituzioni pubbliche e private, spalleggiate da un sistema educativo più dinamico e flessibile, (Kerr, pag 72).
E’ necessario che la scuola prepari i giovani ai mutamenti in cui saranno coinvolti a causa dell’incalzante sviluppo della tecnica. Lo sviluppo tecnologico che avanza produce progresso, è vero, ma il progresso sarà utile all’uomo solo se egli sarà preparato ad accoglierlo intelligentemente.
Reg.) Vogliamo terminare questa lezione così affascinante? Grazie.
Risp.) Per finire, scienza e tecnologia devono diventare elementi essenziali della scuola, devono inserirsi tra le attività destinate ai ragazzi, ai giovani, agli adulti, per aiutare l’individuo a dominare le forze naturali e sociali, per acquisire padronanza di sé e delle proprie scelte, dei propri atti, per aiutare l’uomo ad impregnarsi di spirito scientifico, in modo da promuovere le scienze senza diventarne schiavo. Il tutto implica una preventiva ristrutturazione dell’intero sistema scolastico.
Ho finito. Grazie per l’attenzione, ed auguri.


Antonino Cappiello - Sorrento, mercoledì 12 dicembre 2007

Traduzione

Italian English French German Portuguese Russian Spanish

Orologio